Coaching Case History – 2da Parte

Coaching Case History

Jessica Neri e il coaching con Silvia Minguzzi

Continua dalla prima parte.

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Hai sentito che quando facevi progressi questo poteva avere ripercussioni negative?

A me dispiace far soffrire gli altri, è una mia caratteristica e questo mi portava a non prendere delle decisioni perché non volevo creare problemi agli altri. In realtà se non ti riconosci e non ti rispetti, non riesci a far star bene gli altri. Tutto ciò che non viene da una scelta non riesce bene. Succede che prolunghi il doppio una sofferenza che ha esiti negativi anche sugli altri. Si rischia di rovinare anche quello che c’è di buono. Il mio tallone di Achille è proprio questo. Prima del coaching non ero a conoscenza di alcuni aspetti del mio carattere, ma ora le mie debolezze le conosco e le accetto. Mi prendo la responsabilità dei miei comportamenti con una consapevolezza diversa. Silvia ti fa capire che ogni giorno nella nostra vita c’è qualcosa di meraviglioso però ce lo dobbiamo andare a prendere. Così ricominciamo a sperare e pensiamo “ce la posso fare”. A volte ci lamentiamo, facciamo le vittime perché prendere decisioni è dura e non vogliamo creare sofferenza negli altri. Silvia ti mette di fronte al fatto che devi raccontartela di meno. Ha un modo meraviglioso di dirti le cose, c’è comprensione, con uno sguardo si fa capire e impari che col modo giusto puoi dire qualsiasi cosa. Quando si hanno le intenzioni giuste si può dire tutto. Silvia riesce a districare i grovigli che abbiamo nella nostra mente.

Raccontaci qualche particolare dell’esperienza di crescita che hai fatto

Nel gruppo di persone con cui ho frequentato il Primo Anno dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva c’era un’alchimia meravigliosa e una bella atmosfera, si parlava di comunicazione e di emozioni. Certo si trattava di infilare il coltello nella piaga, in quell’occasione ho perso totalmente il mio equilibrio ma è stata la cosa più bella che mi sia successa. Noi abbiamo paura dei cambiamenti ma la vera rinascita avviene dopo aver demolito tutto, le nostre convinzioni e i nostri limiti. C’è stato un dissesto interiore, come avere un tornado dentro e da lì è partita la vera trasformazione. Tiziano Terzani dice che durante l’ultima fase della vita, quando siamo vecchi e guardiamo indietro, ci rendiamo conto di come tutti gli eventi siano collegati. Nel momento in cui li vivi non sai a cosa serviranno le tue esperienze ma poi trovi tutte le risposte proprio quando smetti di cercarle. A volte mi capita di ascoltare  le persone che incontro e che parlano dei loro problemi e sento che stanno parlando di me, ci sono persone che mi aiutano senza sapere che lo stanno facendo, mettendosi in gioco. Ho capito che ci si deve mettere in discussione senza mai accontentarsi e che le cose devono farmi contenta, non devo smettere di osare e devo cercare la mia strada, anche con un pizzico di follia devo ambire alla felicità, trovando il meglio per me.

E’ migliorato quindi il tuo rapporto con l’altro nell’ambiente lavorativo e in famiglia…

Io metto molta passione nelle cose che faccio, prima del coaching ero meno indipendente e meno autonoma, adesso posso fare molte cose anche da sola e sia io che mio marito siamo più liberi. Ci possiamo amare moltissimo e rispettarci anche essendo molto diversi. Oggi ho delle certezze: mio marito è come la rete per un funambolo, mi da dà la stabilità necessaria per potermi aprire al mondo, è un punto di riferimento. C’è stata una crescita e una valorizzazione del rapporto con lui anche dopo gli incontri con Silvia. Sul lavoro ho imparato a darmi in un modo più sano ed equilibrato, prima facevo sempre gli straordinari. Adesso ho cambiato il mio modo di fare e ho capito che posso essere autorevole, senza essere autoritaria e che motivando le mie scelte creo una relazione che porta alla crescita di entrambi. E’ bello sentirsi utili e a volte necessari, ma è ancor più bello quando i ragazzi lasciano la comunità sapendo che stanno bene anche senza di noi. La mia missione è mettere dei semi, anche se non vedo i risultati immediati so che il mio contributo è molto importante. Infine faccio una considerazione: puoi mostrare la fonte al cammello ma non puoi convincerlo a bere, ma sono molto contenta perché io nel frattempo imparo moltissimo da loro. Un collega ha fatto di me una bella descrizione che mi lusinga, ha detto che io rappresento per i ragazzi un ponte fra l’adolescenza e l’età adulta perché io ho ancora delle caratteristiche della giovane età in cui loro si riconoscono pur essendo adulta, matura e responsabile.

Quando le persone vedono dall’esterno una forte motivazione e una determinazione verso il cambiamento come quella che hai avuto tu possono mostrarsi diffidenti e credere che sia qualcosa di poco chiaro perché non capiscono di cosa si tratta

Il coaching con Silvia è molto gradevole perché lei ti accoglie e non dà giudizi, ha una totale apertura verso l’altro e il suo sorriso luminoso è come un caldo abbraccio. Silvia possiede una grande luce, io sono credente e vedo in lei una parte di Dio. Posso testimoniare, sulla base della mia esperienza, che l’esaltazione che viene a chi è seguito da lei deriva dalla scoperta che si può stare meglio rispetto a quando si inizia il percorso. Le persone hanno voglia di sentirsi connesse col mondo e di trovare se stesse. Quell’effervescenza e quell’entusiasmo che si prova quando si vive in prima persona questo tipo di esperienza molto forte è giustificata dal fatto che si riesce ad indagare chi si è davvero, magari anche usando l’ironia e la spersonalizzazione o anche immedesimandosi in un supereroe.

Tu sei riuscita a capire chi sei?

Ho sempre pensato di dover trovare un equilibrio perché sono inquieta per natura. Invece ho scoperto che il mio ordine è proprio il caos. Il mio modus vivendi è caratterizzato dalla ricerca e dalla scoperta continua, adesso però trovo anche delle pause sane per ricaricarmi, prima ero una trottola impazzita. Tendevo ad inseguire  spasmodicamente ciò che era nuovo che automaticamente diventava interessante, volevo fare sempre cose diverse ma mi sono resa conto che era un fare per non pensare. Adesso invece ho trovato un senso nuovo a questo mio modo di essere, mi piace imparare cose nuove, ma riesco a farlo nel modo giusto. Ho imparato a non rincorrere continu-amente gli eventi e a non rimandare le cose importanti.

Hai un sogno nel cassetto?

Da qualche tempo ho iniziato a dipingere con gli acrilici. Ho sempre pensato di non saper disegnare, infatti io dipingo, non disegno! Lo faccio usando il pennello direttamente sulla tela, sono soggetti accennati, non definiti. Ho seguito un corso con un pittore affermato a Cesena e devo dire che sono soddisfatta delle mie produzioni. Penso che se ti dai una possibilità il destino ti viene incontro. Sono sempre stata affascinata da chi sapeva dipingere, adesso mentre dipingo entro in una parte di me e provo una sensazione di totale libertà. Mi interessano i corsi di Arte terapia in cui ci si basa su forme artistiche per lavorare su se stessi, mi piacerebbe un giorno poter fare counselling per gli altri.  Un altro progetto è quello di vivere all’estero per un certo periodo.

In che modo puoi affermare che il coaching ha portato i risultati che ti aspettavi?

Gli stimoli mi arrivano in modo forte, ho meno barriere, sono autosufficiente e me la so cavare:  quando io sono felice riesco a trasmettere la mia felicità agli altri. Ho la sensazione di aver trovato il mio posto nel mondo. E’ bello essere come le tartarughe marine: quando nascono e si schiudono le uova hanno l’istinto di andare verso il mare. Anche noi dobbiamo ascoltare il nostro istinto naturale che ci dice qual è il nostro posto nel mondo. A causa delle molte sovrastrutture che abbiamo,  spesso non ascoltiamo la voce interna che ci guida. Il coaching mi ha aiutata ad ascoltare il richiamo che abbiamo dentro. E’ un po’come cercare gli occhiali e trovarseli in testa! La consapevolezza mi aiuta a vivere in modo autentico.

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Coaching Case History

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Jessica Neri e il coaching con Silvia Minguzzi

Raccontami del modo in cui hai conosciuto il coaching…

Ho conosciuto Silvia Minguzzi tramite Lara Fiorentini, una mia ex collega psicologa. Mi ha consigliato di rivolgermi a lei perché attraversavo un periodo di grandi difficoltà personali, un giorno ci è capitato di parlare delle mie emozioni e Lara mi ha detto che mi avrebbe fatto bene parlare con qualcuno dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva. Avevo senz’altro bisogno di un punto di vista esterno,  ritengo che si riesca ad aprirsi di più con qualcuno che non si conosce e che non è coinvolto. Durante il primo incontro ho pianto tanto, avevo molta confusione e mi serviva proprio una visione d’insieme più distaccata per poter fare la scelta migliore. E’ complicato prendere decisioni e fare scelte quando non si hanno le idee chiare. Con Silvia, ho avuto l’opportunità di fare diverse sedute individuali per fare ordine su alcuni  concetti fondamentali. La mia sensazione durante gli incontri era che la mia coach fosse lì per me con un vero interesse per quello che dicevo, mi sono sentita accolta. Ho fatto un lavoro profondo su di me per riuscire a trovare la giusta motivazione per andare avanti. Prima di tutto mi ha parlato dell’amore incondizionato: a volte diamo per scontato il concetto di amore, ma non ce n’è uno solo, sono tanti, dobbiamo imparare come viverlo e come dimostrarlo, non è così scontato.

Alcuni ritengono di non avere il tempo di occuparsi dei propri problemi e rimandano all’infinito, tu come sei riuscita ad organizzarti?

Poiché svolgo la professione di educatrice in una comunità per adolescenti e mi capita di lavorare anche nei fine settimana, se volevo frequentare l’Accademia dovevo chiedere la collaborazione dei colleghi e di mio marito per poter organizzare i turni e per far fronte a diversi week-end in cui non sarei stata disponibile. Mio marito ha appoggiato la mia scelta, ha capito quanto fosse importante per me affrontare e risolvere i miei disagi in quel momento e la mia responsabile mi ha sostenuta con l’assegnazione dei turni. Anche se l’Accademia era già iniziata sono riuscita a prender parte a diverse lezioni e a fare un percorso personalizzato. All’inizio non sai dove ti può portare ma è davvero un’esperienza unica che cambia il tuo modo di vedere le cose e ti aiuta a vivere meglio. E’ un processo strutturato in modo tale da richiedere un tempo ragionevole, non è che da un giorno all’altro stai meglio, ma ti dà le chiavi per aprire dei cassetti che non avevi mai aperto e vedi come sei dal di fuori.

C’è uno dei tanti insegnamenti di Silvia che ritieni sia importante e che vuoi condividere?

Silvia mi ha insegnato ad amare le persone non solo per quello che sono anche per quello che loro non hanno e non saranno mai in grado di offrirti, anche sul lavoro il concetto non cambia perché non ci sono aspetti solo negativi o solo positivi.  Ho capito che non si può chiedere a qualcuno di fare delle cose che non può fare, che non ci si può snaturare ma che si deve rispettare l’altro per quello che è. Ad esempio mi ha fatto capire che nel caso in cui non ci fosse la possibilità di risolvere un problema non vale la pena di arrabbiarsi. Noi attribuiamo agli altri la nostra rabbia ma viene da noi, non da loro. Proprio una frase detta in tutta semplicità mi ha aperto gli occhi su certe ovvietà che mi apparivano  difficili da accettare, tanto era forte l’abitudine ad atteggiamenti sbagliati quanto nocivi: obbligheresti un gatto ad andare in bicicletta? Silvia mi ha resa capace di aiutare me stessa, facendo scelte in totale libertà, sempre nel rispetto degli altri. Mi ha insegnato ad essere una persona autentica, trasmettendomi una sincerità di fondo. Il coaching con Silvia è fatto in modo tale che non ti dà delle risposte preconfezionate ma fa in modo che le risposte le trovi da te. Inoltre vengono fissati dei tempi precisi entro i quali raggiungere i propri obiettivi, ora tengo anche un’agenda, cosa che non avevo mai fatto prima. Gestire il tempo significa anche che la qualità del tempo è diversa. Anche il tempo per il riposo e lo svago vanno pianificati, così come il tempo che si dedica a chi ci sta a cuore…non solo i cosiddetti impegni, quali il lavoro o i doveri quotidiani.

Quali sono i segni tangibili che ti fanno pensare di essere una persona migliore, dopo aver appreso le tecniche e messo in pratica le strategie che hai messo a punto?

Il risultato di questo lavoro con me e su di me, è che provo un amore appassionato per tutto ciò che faccio, capisco il motivo dei miei sentimenti e ne individuo i meccanismi, ho lo stimolo a cercare le risposte o meglio a capire chi sono e il senso di quello che faccio rielaborando certi vissuti che altrimenti mi risulterebbero incomprensibili e sterili. Non dico mai che non riesco a fare una cosa. Tutto è possibile. Non bisogna autolimitarsi, il coaching mi ha liberata dalle restrizioni che mi autoinfliggevo e ha eliminato i miei alibi. Succedeva che per timore del cambiamento o per paura di soffrire tendessi a inventare scuse che impedivano il mio progresso e la mia evoluzione.

Come hai iniziato, qual è stata la frequenza degli incontri?

Ho iniziato con dei colloqui individuali di un’ora e, a seconda di come mi sentivo, avevano cadenza variabile. All’inizio erano più frequenti perché avevo necessità di risolvere delle emergenze, poi via via sempre più distanziati; in genere vedevo Silvia una volta al mese. Quando ho cominciato ad affrontare il lavoro su di me ero molto delusa, io in realtà ero sempre stata una persona solare ma certi eventi mi avevano un po’ incupita. La mia coach mi faceva pensare che gli ostacoli fossero affrontabili e che io fossi capace di reggerne il peso; la sensazione era che la situazione vista da un’angolazione diversa mi dava emozioni diverse,  insomma avevo una visione meno amara dei miei problemi.

Che studi hai fatto e di cosa ti occupi?

Ho studiato Scienze dell’Educazione e sono Educatore Professionale di Comunità, ho lavorato con i disabili (un’esperienza che mi ha dato tanto) e anche in una comunità terapeutica, oggi mi occupo di minori temporaneamente allontanati dalle famiglie di origine che risiedono in una comunità educativa. In tutti i casi avevo la funzione di quella che ricaricava le batterie agli altri, ma i “cavetti” delle altre persone  mi svuotavano completamente, tanto che mi succedeva di non avere più niente da dare, magari ero stata in grado di dare molto ma alla fine la mia energia era totalmente esaurita e mi sentivo come svuotata.  Da quando ho considerato che stavo anche ricevendo la mia quotidianità è migliorata. Silvia mi faceva l’esempio dell’amore per un animale domestico: non ti costa energia, lo fai in modo disinteressato e senza avere aspettative e quindi vivi aspirando al meglio senza volere niente in cambio. Chi ritiene di non poter fare, se la racconta mentre invece quando si riesce ad amare e a dare agli altri la propria vita cambia. A volte per assurdo ci ferma la capacità di riuscire perché anche il successo porta al cambiamento che seppur positivo influenza la vita di chi ci sta accanto.

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Coaching: un caso concreto

Coaching: un caso concreto

Descriviamo l’incontro di un professionista molto impegnato che, con l’ausilio di una coach esperta, vuole migliorare la qualità delle sue giornate riuscendo a riprendere in mano le redini della propria vita, migliorando le relazioni con gli altri, acquisendo una migliore conoscenza del proprio mondo interiore.

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Marcello Sole racconta il suo incontro con Silvia Minguzzi.

Qual è la molla che ti ha spinto a rivolgerti ad un coach?

Circa un anno e mezzo fa avevo una grande confusione in testa e un giorno parlando con un’amica del mio stato d’animo mi ha consigliato di mettermi in contatto con Silvia. In quel periodo ero immerso in pensieri lugubri e l’inizio del coaching è stato strano per me perché Silvia è molto attenta a certi particolari che fanno parte del quotidiano ma che sfuggono ai più e così facendo mi ha fatto alzare la testa, cioè dandomi fastidio e mettendomi in una posizione scomoda, mi ha fatto rendere conto di alcuni miei atteggiamenti e mi ha stretto con le spalle al muro. Mi faceva delle domande che erano delle pugnalate perché mi costringeva a vedere delle cose che nascondevo anche a me stesso. In quel periodo non avevo un obiettivo preciso e ricordo che mi tornavano alla mente le parole di una canzone di Franco Battiato che dicevano…”avrai pure un progetto per la tua vita”…Questa frase mi disturbava, mi metteva a disagio. Silvia mi ha fatto capire, giorno dopo giorno, che si può arrivare dove si vuole, dipende solamente dalla voglia che si ha di raggiungere un obiettivo e dal sacrificio che si è disposti a fare per riuscire a realizzare un progetto.

Con che frequenza la incontravi?

Inizialmente la vedevo una volta la settimana, poi ogni quindici giorni e adesso la vedo saltuariamente, ci faccio delle chiacchierate per vedere di raddrizzare qualche mio comportamento o atteggiamento che ancora non si dovesse rivelare costruttivo per la mia realizzazione. Gli incontri che facciamo in questo ultimo periodo sono caratterizzati dal dialogo e dal confronto per vedere con più chiarezza qual è il compito che devo portare a termine. Io ho bisogno di un po’ più di tempo paragonato agli altri e cerco di rispettare il mio modo di essere. Sono come una mongolfiera che tende a salire in alto…ma butto la zavorra un po’alla volta, sono legato ad alcune cose che rallentano il cambiamento.

coaching italia

Qual è stata una delle tue priorità, una meta da raggiungere?

Diciamo che un aspetto importante è stata l’organizzazione della mia giornata, in pratica avevo problemi con il time management. Sono riuscito ad imparare che è fondamentale prendere degli impegni con se stessi, lavorare per ottenerli ed essere inflessibili. Non si deve cedere alla tentazione di cambiare un ‘ordine del giorno’ perché risulta più comodo in quel momento rischiando di togliere spazio ad altri aspetti che invece sono altrettanto importanti…a volte lo sono persino di più se considerati dal punto di vista del nostro benessere e della qualità della nostra vita. Tenere un’agenda ordinata e rigorosa si è rivelata un’attività fondamentale. Ho considerato anche di partecipare a dei corsi di formazione che si svolgevano nel fine settimana ma era per me prioritario lasciare spazio a mia figlia e a mia moglie, direi che anche questo è  risultato dall’avere un quadro chiaro e preciso della mia scala di valori visto che non mi sono lasciato trasportare dall’entusiasmo del momento ma ho tenuto un punto fermo.

Cosa ti ha fatto capire che eri arrivato ad una svolta?

L’anno 2011 è stato il più bello che io ricordi perché ho raggiunto delle mete decisive e le cose venivano con facilità, senza arrivare ad essere stremato e insoddisfatto. Quando si ottiene un risultato che nasce da una fatica ha un altro sapore. Prima ero sempre oberato di lavoro, ero sempre protagonista della mia attività ma a quel punto sentivo l’esigenza di andare un po’ in ombra. Adesso ho un socio al quale delego parte dei miei impegni e con lui sto costruendo un’attività in cui non sono più io il cardine. Lo studio va avanti da solo e ho guadagnato tempo per me, ho la tranquillità di poter arrivare in ritardo qualche volta, se succede non è un problema. Questo mi ha permesso di dare in mano ad un’altra persona tutto il mio lavoro, anche ciò che mi rendeva unico, sto ricavando un grande sollievo da questo, sono sereno. Ho pienamente raggiunto il mio scopo in questo senso. Finalmente posso andare in moto e sono riuscito a correre a Santa Monica a Misano che è sempre stato un mio sogno. Inoltre mi dedico ad altre attività sportive che prima mi sembravano impossibili. Sono riuscito a prendere parte alla mia prima maratona…un tempo mi  faceva paura tentare di superare una certa soglia perché temevo il fallimento. Con l’aiuto di Silvia ho vissuto questa sfida come un divertimento, il percorso per vincerla è stato piacevole e sono riuscito a fare la mia conquista con grande soddisfazione

In che modo Silvia è stata in grado di farti arrivare a questo punto?

Mi dava degli spunti e poi voleva vedere cosa succedeva, mi faceva fare degli esercizi. Per esempio mi ha fatto disegnare dei palloncini nei quali scrivevo le cose che mi sarebbe piaciuto fare, a seconda del valore più o meno grande che io davo avevano dimensioni diverse. La cosa importante in questo esercizio è vedere i tuoi desideri e le tue aspirazioni nero su bianco e vederli quotidianamente. Per prima cosa volevo del tempo per me ma una volta raggiunto questo primo traguardo si sono collegate le altre cose.  La cosa bella è che il cambiamento nasce da te.

Continua…

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Impara a dire NO – 8° parte

Impara a dire NO

Continua dalla settima parte

Ti ritrovi troppo spesso a fare cose che non vuoi fare solo perché non riesci a di NO?

Nella coppia, in famiglia, sul lavoro, nelle amicizie… L’autrice di questo, Silvia Minguzzi, grazie ai tantissimi seminari che tiene proprio su questo argomento, analizza a fondo il problema, fa chiarezza e ti offre risposte concrete, efficaci e sperimentate.
Leggerlo può davvero cambiarti la vita.

Se vuoi ordinarlo, clicca su Impara a dire NO – acquista online.

Silvia Minguzzi è da anni un punto di riferimento in Italia e nel mondo nel campo della formazione e dello sviluppo personale, è coach, ha co-fondato dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva, èMaster Trainer AIE, docente e molto molto altro.

Se vuoi contattarla, approfondire con lei le tue esigenze, incontrarla e iniziare con lei il percorso di coaching a cui stai pensando, scrivi a info@coaching-orientamento.it oppure, se preferisci parlarne a voce, chiama il 393.93.866.08

A che livello di Amore vuoi vivere le tue relazioni?

“Ritengo che nulla sia difficile per chi ama”   Cicerone

Il Prof. Marco Ferrini, Phd Psicology, uno dei più profondi conoscitori al mondo dei Veda (testi sacri dell’India antica che raccolgono la Suprema Conoscenza. Si ritiene che sia la raccolta di opere sacre più antica che sia pervenuta fino ad oggi) descrive la possibilità di una migliore comprensione e gestione pratica delle relazioni affettive di ogni genere. L’Amore viene distinto dall’Eros e da sentimenti dettati dall’egoistica ricerca di soddisfare i propri bisogni ( Cfr. “Dall’Eros all’Amore”, Marco Ferrini, Ed. Centro Studi Bhaktivedanta).
La comprensione di questa descrizione è utile indipendentemente dalla tradizione religiosa alla quale apparteniamo. Se ci comportiamo come se fosse “verità”, potremo ottenere dei risultati decisamente migliori nel rapporto con gli altri.
Secondo questa visione le persone possono sperimentare quattro livelli di Amore.
Osservando come si sviluppano le dinamiche affettive nelle relazioni che funzionano bene e in quelle che portano sofferenza, nell’amicizia come nella coppia, nel lavoro come nella vita privata, possiamo constatare che, più il livello è superficiale, più la relazione è problematica, poco duratura e fonte di sofferenza. Più si sale di livello e più essa è fonte di gioia, amore, serenità, equilibrio e crescita.

-    Il primo livello è il più superficiale: tutto avviene in base a ciò che è importante per il soggetto che lo sperimenta. L’ego manifesta una serie di esigenze e di bisogni principalmente sul piano fisico, in parte anche sul piano emozionale e minimamente sul piano intellettuale.
Si cerca una relazione in cui l’altro possa soddisfare i bisogni e le esigenze sentiti come urgenti, in modo consapevole o inconsapevole. Si tiene un accurato conteggio di tutto, come con una calcolatrice: quello che ci si aspetta che dovrebbe accadere e quello che invece accade. La persona valuta se riceve o no le azioni, parole, presenza, comportamenti che si aspetta, che ritiene giusto dover ottenere, sia per quantità che per qualità e tempi.
Nel caso in cui il partner non soddisfi i bisogni e le aspettative, ci si arrabbia, ci si lamenta, si soffre finchè la relazione si conclude. Si passerà quindi a cercare qualcun altro che possa darci quello che riteniamo sia giusto ricevere, pensando che solo quando l’altro ci darà ciò che desideriamo avremo trovato la persona “giusta”.
Le aspettative di questo genere innescano un ciclo che si ripete in tutti i primi tre livelli:

o    La persona ha dei bisogni fisici ed emozionali, consapevoli e inconsapevoli e pensa che l’altro, se gli vuole veramente bene, li deve soddisfare.
o    L’aspettativa crea un’idea mentale di come dovrebbero essere le cose secondo la persona.
o    L’idea generata non è reale ma immaginata dunque, non essendo realtà, stiamo parlando per definizione di un’illusione.
o    L’illusione è strettamente collegata con la delusione. Di fatto i modi che le persone hanno di manifestare i loro sentimenti sono infiniti e diversi per ciascuno. La fantasia di Dio, le possibilità offerte dall’Universo sono molto più varie di quello che chiunque possa immaginare.
o    Quindi l’altro farà qualcosa che delude rispetto all’aspettativa:  per difetto, per eccesso, per qualità, per tempi ecc. L’idea di decidere a priori come lui dovrebbe amarci porta inevitabilmente ad una delusione, come se il suo modo di amare fosse “sbagliato”. In realtà è solo diverso rispetto alla nostra aspettativa.
o    Questo crea un dolore che poi genera rabbia, rancore e risentimento.
o    In questa condizione si ha una caduta di intelligenza, cioè un momento nel dolore e nel rancore, in cui non si ha una visione chiara ma confusa.
o    In questa situazione la persona crea delle nuove aspettative. Queste a loro volta fanno nascere un’idea-illusione che genera una delusione e così il ciclo si ripete.  La sensazione è un po’ come quella di essere sulle montagne russe: all’inizio può essere molto emozionante, ma a lungo andare è insostenibile.
P. : “ci sono delle persone che, a volte, non hanno la capacità di recepire. Con quelle persone posso soltanto dire di no sperando che possano comprendere in seguito, perché al momento sono troppo concentrati sulle loro esigenze personali”

-    Il secondo livello di relazione coinvolge maggiormente la sfera sentimentale: ci si preoccupa dell’altro, impegnandosi a dare soddisfazione ai suoi sentimenti, aspettandosi che l’altro faccia poi qualcosa in cambio.
Nel primo livello non ci si preoccupa della soddisfazione emozionale dell’altro, tutta l’attenzione è volta a soddisfare le necessità del proprio ego. Al secondo livello invece ci si interessa di ciò che l’altro desidera, affinchè l’altro possa (e debba) ricambiare. Prima o poi ci saranno da fare un po’ di conti: alla fine della giornata, del mese, dell’anno … “io ho fatto questo e quest’altro.. e tu?”, “Dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te, mi aspettavo almeno questo  e/o quest’altro!”.
Si torna all’aspettativa che crea un’idea illusoria, che non si verifica come, quando e quanto ci aspettiamo, quindi porta a una delusione, dolore, rabbia, risentimento e siamo di nuovo intrappolati nel circolo vizioso delle “montagne russe” descritte in precedenza.

coach

S: “Spesso vorrei dire di no ma non ci riesco. Una mia amica dice che gli altri se ne approfittano. Finisco spesso per risolvere i problemi degli altri, però quando mi serve aiuto non c’è nessuno. Io faccio ciò che loro mi chiedono e loro non sono disposti a fare ciò che chiedo io, questo non è giusto. Inoltre, quando provo a dire di no, se la prendono. Non voglio trovar da dire, deludere le persone o essere meno apprezzata. Per evitare che gli altri siano delusi dal mio comportamento, dico di si, poi regolarmente quando ho bisogno io gli altri mi deludono. Questo mi fa soffrire molto”.

R. : “Con gli amici ho paura di risultare poco sensibile nei confronti delle loro esigenze, dei loro progetti e delle loro idee. In effetti, nella mia cerchia di amici spesso sono io che chiedo a loro, magari sono abbastanza carismatico e quindi alla fine gli amici hanno voglia di aiutarmi. Quando invece sono loro a chiedermi qualcosa mi scatta questo meccanismo che e’ una sorta di senso di colpa. Mi stanno chiedendo una cosa, non ho voglia di farla però faccio la figura di quello che, quando deve affrontare delle sue cose chiede e quando sono gli altri che chiedono non c’è.
A una richiesta di un piacere, un favore, come faccio a dire di no?
A volte semplicemente non ho voglia di fare una cosa, però mi sento in colpa.
Avrei una brutta idea di me stesso se non fossi gentile nei confronti di una persona che e’ stata gentile con me, mi sento in debito.
Mi chiedo cosa mi costa farlo e cosa mi costa non farlo.
Mi chiedo se effettivamente riesco a farlo, non tanto se e’ giusto, se e’ meglio farlo per me e per l’altra persona,  se veramente desidero fare questa cosa o se sia meglio per entrambi che io lo faccia.
Una volta un mio amico mi ha detto di avere difficoltà ad organizzarsi per raggiungere un certo posto. Mi ha chiesto per favore di accompagnarlo. In realtà aveva tutte le risorse necessarie per andarci,  solo che era insicuro e convinto di non avere senso dell’orientamento, temeva di perdersi e che il posto fosse difficile da trovare.
Io ho pensato: -ce la posso fare?- Ho risposto di si.
Se analizzo la situazione mi rendo conto che si sentiva inefficiente senza motivo. Andandolo a prendere gli ho confermato la sua convinzione che da solo non sarebbe stato capace di organizzarsi. Non l’ho aiutato a diventare autonomo. Quindi  apparentemente gli ho fatto un favore, ma intanto ho rinforzato una sua convinzione limitante. Ho fatto una cosa contro voglia e ho investito del tempo per fare un’azione che in ultima analisi non ha aiutato nessuno dei due”.

Secondo un modo di pensare molto diffuso, dire di si alla richiesta di un favore e’ una buona azione. Questo non è sempre vero. A volte non ci domandiamo quali saranno le conseguenze della nostra azione nel lungo tempo. Stiamo rinforzando nell’altro una sua convinzione limitante? Oppure stiamo aiutandolo a crescere? Stiamo facendo una cosa positiva anche per le conseguenze che porterà?

In una sincera e disinteressata amicizia offri aiuto e il fatto stesso di poter essere utile alla persona amica ti ripaga completamente. Non offri aiuto con l’intento di ricevere qualcosa in cambio.
Questo può valere anche nella coppia, come in qualsiasi tipo di relazione.
Se si tratta di un tipo di rapporto affettivo dove c’è amore, amicizia, far piacere all’altro e aspettarsi qualcosa in cambio non porta buoni risultati. Questa, più che una relazione d’amore, è un baratto.
Se vuoi fare uno scambio con una persona puoi fare un contratto,  la relazione affettiva è a parte.
Dare aiuto aspettandosi di ricevere lo stesso in cambio di solito non funziona. Porta conseguenze sgradevoli anche perché abbiamo linguaggi e rappresentazioni mentali molto diversi l’uno dall’altro. Nella maggior parte dei casi l’idea che abbiamo di ciò che riceviamo e l’idea che abbiamo di quello che dovremmo dare in cambio è diversa dall’idea dell’altro di quello che ci sta dando e di ciò che sta ricevendo in cambio. Ciascuno ha il suo modo di voler bene e di vivere la relazione di amicizia, parentela o amore, il suo personale modo di manifestare quello che sente nel legame.
Quando in una relazione uno si comporta seguendo ciò che sente nel cuore per far felice l’altra persona, senza aspettative, prova gioia e soddisfazione. Questo profondo senso di appagamento, pienezza e contributo può ampiamente ripagare dell’azione compiuta.
Nei confronti dell’altra persona non abbiamo già deciso cosa dovrebbe fare o darci per dimostrare che tiene a noi, ma andiamo in esplorazione senza giudicare, con curiosità, per vedere come, nel suo modo, ci sta’ manifestando la sua personale maniera di darci ( o chiederci ) attenzione e amore.

Q. : “A me è capitato di trovarmi in un grosso guaio con un mio ex socio. Per vari motivi personali è dovuto uscire dalla società e mi ha lasciato un sacco di problemi da risolvere. Sul momento mi sono sentito tradito e ho pensato che non fosse giusto lasciargli il diritto di recedere dagli impegni presi, poi ho riflettuto e ho pensato: -Meglio per tutti e due. Voglio forse un socio che non vuole più stare in società con me? No. E’ meglio per lui se fa qualcos’altro ed è meglio per me trovare un altro socio che sia davvero motivato a portare avanti l’azienda-. Così ho fatto. Col mio ex socio siamo rimasti in ottimi rapporti, lui mi è grato per aver capito la sua situazione e siamo ancora buoni amici. Inoltre sono felice di come si sono risolte le cose sul lavoro, dopo un periodo di crisi ho trovato un altro socio molto più presente e adesso gli affari vanno meglio di prima”.

-    Al terzo livello non si ha soltanto un interesse nei confronti dell’altro perchè desideriamo essere felici insieme: abbiamo anche una progettualità con lui nel lungo tempo. Gli obiettivi che abbiamo insieme superano l’importanza della coppia in sé, del gruppo o del singolo. Quando si progetta una famiglia, ad esempio, da un certo punto in poi questa è più importante di ciò che succede a livello individuale. Per la famiglia e per i figli con gioia si tollerano cose e si fanno sacrifici che altrimenti sarebbero percepiti come insostenibili.
Quando si ha uno scopo in comune si è capaci di risolvere svariate situazioni difficili e di riconciliare relazioni tra soggetti che altrimenti sarebbero scarsamente compatibili.
Allo stesso modo si fanno progetti a lungo termine anche nel lavoro. Per portarli avanti il nel modo migliore ci si preoccupa maggiormente per il bene dell’altro e per il proprio.
L’amore per un obiettivo importante, che prevede un piano a lungo termine, aiuta a superare tanti ostacoli. Ci possono essere delle aspettative anche nei confronti delle cose che l’altro dovrebbe o non dovrebbe fare, secondo noi, per raggiungere lo scopo condiviso.
Le eventuali aspettative riportano al meccanismo delle montagne russe analizzato in precedenza, presente anche in questo livello ma in una modalità che consente cicli di alti e bassi con tempi più lunghi.
In questo tipo di relazioni è determinante la condivisione di un ideale, un obbiettivo che vogliamo raggiungere insieme. Riguardo a questo, se c’è qualcosa che un individuo fa o meno che, secondo l’altro, non va bene, si è molto più motivati a parlarne, a non trattenere. C’è una motivazione alta per risolvere gli eventuali problemi. Si pone meno l’attenzione sul piano di cosa l’uno deve fare per l’altro, c’è molta più libertà e le azioni non sono più vincolate dal timore dell’abbandono o del giudizio, perché lo scopo comune che abbiamo è così importante che ci si sente più sicuri della solidità del legame, c’è meno gelosia, meno possessività.

K. :“Mi sto impegnando a smettere di far pressione al mio compagno perché si comporti secondo ciò che io consideravo ‘l’unico modo giusto di amare’. Parliamo di più, sia dei nostri sentimenti che della nostra relazione. Adesso capisco molto meglio il suo modo di amarmi e di impegnarsi nel nostro rapporto, posso accettare serenamente i suoi no e capisco che è giusto che gli lasci questa libertà. Allo stesso modo anch’io mi sento più tranquilla quando decido di dirgli di no e riesco a spiegare le mie motivazioni con più sicurezza”

-    La relazione di quarto livello è la più solida e duratura, è molto rara non è basata su esigenze di carattere materiale. Le persone che amano al quarto livello hanno una propensione a lavorare sulla loro parte profonda, spirituale, trovano un buono stimolo nell’altro per aiutarsi reciprocamente a sviluppare le proprie qualità e la capacità di amare incondizionatamente. Riscoprono un profondo collegamento con gli altri, che fa parte della nostra natura eterna, c’è sempre stato, c’è tra tutte le creature anche se spesso, purtroppo, non viene percepito a causa di una serie di condizionamenti (Crf. “Pensiero, Azione, Destino” e “Yoga e Salute Olistica”, Marco Ferrini, Ed. Centro Studi Bhaktivedanta). Nel momento in cui le persone ritrovano questo collegamento con la vita, con l’Universo, con Dio, si rendono conto che la persona è solo temporaneamente in una “buccia” terrena: il corpo. Questo involucro materiale genera una serie di limiti che non appartengono alla nostra vera natura, che è spirituale. Nella relazione di quarto livello non c’è nè senso del giudizio nè calcolo, l’azione dell’altro è valutata tenendo conto delle sue buone intenzioni. Se la cosa migliore che l’altro riesce a fare in quel momento non porta buoni risultati, ci si rende conto che ha bisogno di aiuto , non di una critica o di un rimprovero. Ci si impegna al massimo delle proprie possibilità. Non ci sono aspettative nei confronti dell’altro, c’è fiducia nel fatto che non potrebbe fare meglio di quello che fa, per le possibilità e le risorse che ha a disposizione in quella circostanza. Da questo punto di vista non serve più usare la calcolatrice e considerare quanto l’altro ha fatto per noi, quanto noi abbiamo fatto per lui. Prevale il desiderio di rendersi reciprocamente felici e di aiutarsi a crescere. Questo è un amore incondizionato che lascia totalmente liberi.
M. chiede:  “Posso considerare che fermarsi a pensare a quanto si calcola possa essere un buon indicatore per misurare la qualità di una relazione?”.

Certamente questo è un indicatore rilevante. Può essere utile per individuare e ridurre i margini di miglioramento. Tuttavia sintonizzarsi in modo costante sul pensiero di ciò che non funziona non è vantaggioso. In questo modo focalizziamo l’attenzione su quanto stiamo sbagliando, cercando il difetto in ciò che facciamo. La nostra mente funziona in modo da trovare ciò che viene richiesto. Quando cerchiamo qualcosa di sbagliato nella relazione, lo troviamo e possiamo provare frustrazione o dolore. Quando invece pensiamo a quanto amiamo, a come lasciamo libera l’altra persona, a quanto riusciamo ad apprezzare quello che fa per noi, a modo suo, in questo modo cerchiamo ciò che funziona e ugualmente lo troviamo. Questo ci incoraggia e ci porta in uno stato emozionale positivo, lasciando aperto il canale di accesso alle nostre risorse interiori e ci aiuta maggiormente a tirar fuori la parte migliore sia in noi stessi che nell’altro.

E: “Ho sperimentato questo cambiamento nella relazione con i miei genitori:  avevo un sacco di aspettative e volevo che loro mi dimostrassero affetto nel modo che a me pareva giusto. Questo mi faceva soffrire poiché il loro modo di dimostrare amore, ai miei occhi, era invisibile: troppo diverso da ciò che mi aspettavo. Passando poi ad una relazione “sana”, mi sono accorta che loro erano i migliori genitori che potessi desiderare: avevano sempre fatto il massimo di quello che era nelle loro possibilità e continuano ancora adesso a farlo. Accettando il loro personale ed unico modo di dimostrarmi amore, adesso mi sento amata da loro e li amo senza porre condizioni, comprendendo che ciò che fanno è il meglio che riescono a fare per loro livello di coscienza e per le loro possibilità”.

F: “Nelle relazioni lavorative si rimane sempre tra il primo e il secondo livello?”

Io ritengo che sia meglio posizionarsi comunque al quarto livello, quantomeno fare del proprio meglio per avvicinarsi più possibile a questa condizione. Relazionarci con gli altri senza aspettative ci aiuta a sviluppare la parte migliore di noi e ci consente una qualità molto migliore di vita. Non necessariamente tutte le persone che ci circondano ci seguiranno in questo, bisogna saper prendere le distanze dalle situazioni dove i nostri interlocutori, non amando al quarto livello, possono essere “pericolosi”. E’ come se ci dovessimo avvicinare ad un animaletto ferito e spaventato che è in una situazione di paura, dolore e disagio tale per cui può fare cose pericolose per noi, come mordere o graffiare. Non è cattivo, è sofferente e impaurito. In questa condizione può farci male perché è condizionato dal dolore e dalla paura. Pur volendogli bene e comprendendo la sua situazione, manteniamo le distanze. Per questo stesso motivo anche nelle amicizie bisogna capire quali sono le compagnie utili da frequentare e quelle che invece è meglio mantenere a una certa distanza, nonostante gli vogliamo bene.
Attraverso l’esperienza, l’attenzione, l’approfondimento di conoscenze, di insegnamenti utili e l’esempio di persone che sono già abili in questo, si può sviluppare la capacità di riconoscere in quali situazioni è meglio amare da più lontano e quali invece ci consentono di avvicinarci serenamente.

“Il miglior amico è colui che tira fuori il meglio di me.”   Henry Ford

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Impara a dire NO – 7° parte

Impara a dire NO

Continua dalla sesta parte

Il libro da cui è stato estratto questo articolo si occupa di fornire soluzioni concrete a tutte quelle persone, e sono tantissime, che si ritrovano troppo spesso a fare cose che non vogliono fare solo per  l’incapacità di dire di NO. In tutti i campi: coppia, famiglia, lavoro, amicizie… L’autrice, Silvia Minguzzi, grazie ai tantissimi seminari che tiene proprio su questo argomento, analizza a fondo il problema, fa chiarezza e ti offre risposte concrete, efficaci e sperimentate.
Leggerlo può davvero cambiarti la vita.

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Silvia Minguzzi è da anni un punto di riferimento in Italia e nel mondo nel campo della formazione e dello sviluppo personale, è coach, ha co-fondato dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva, èMaster Trainer AIE, docente e molto molto altro.

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Differenza tra avere un problema e lamentarsi

“Ogni problema contiene in sé il seme della sua soluzione”  Brian Tracy

Rispondere sempre “si” accontenta, ma solo temporaneamente, tutti tranne noi stessi e porta a costruire relazioni affettive scarsamente gratificanti dove, invece di amarsi lasciandosi liberi, si attuano continui ricatti sottintesi.
Si pretendono prove e dimostrazioni d’affetto attraverso richieste che, se esaudite, non sono comunque sufficienti a dare sicurezza. Più assecondiamo questi meccanismi, dove uno fa il bisognoso d’aiuto e l’altro si trasforma in “croce rossa”, più facciamo credere, a colui che chiede sostegno, di non esser effettivamente in grado di sostenersi da solo. Questo crea un “handicappato emozionale” che impara a misurare l’amore che gli altri hanno per lui attraverso le loro risposte ai suoi più o meno velati ricatti.
Una persona, chiusa in questa trappola, non percepisce di essere amata se non attraverso l’aiuto a risolvere i suoi problemi, attraverso l’attenzione ai propri disagi e sofferenze. Raggiunge così un temporaneo e illusorio senso di certezza riguardo al fatto di essere amata e ottenere attenzione.
Dare soddisfazione a simili richieste è un comportamento complice nel mantenere il problema.
Avere un problema significa sapere che la sua situazione attuale non va bene, sapere anche come si  vorrebbe che questa si modificasse, ma non conoscere ancora un modo per passare dalla condizione attuale a quella desiderata. Si può anche soffrire per questo e chiedere aiuto con l’intenzione di trovare una soluzione.
Lamentarsi invece vuol dire esprimere disagio per la situazione in cui ci si trova e desiderare solo parlare del proprio disagio, non voler parlare di soluzioni o cambiamenti, non essere disposti a fare quasi nulla per modificare lo stato attuale delle cose: desiderare di sfogarsi attraverso la lamentela.
Se un amico è disperato e non lo ascoltiamo mentre si lamenta, se non ci offriamo come muro del pianto, porgendo una spalla sulla quale disperarsi con noi fino all’esaurimento delle lacrime di entrambi, lui può pensare che siamo “cattivi” o “egoisti”, essendo di solito inconsapevole di attuare questa dinamica.  E’ probabilmente in confusione perché deluso o risentito per un’aspettativa disattesa.
Se ci facciamo coinvolgere in questo ricatto, se in quel momento ci facciamo prendere dalla sua confusione, diventiamo complici del suo gioco. Siamo così in due in uno stato emozionale negativo, nel quale abbiamo poche risorse a disposizione. Parliamo del problema, con una sensazione, solo nell’immediato, di esserci un po’ alleggeriti.
Lo stato emozionale negativo ci impedisce di concentrarci sulla ricerca di soluzioni.
Quando ci stupiamo di come ha fatto ad accadere qualcosa di così scomodo, triste, ingiusto, ci comportiamo come se non ci fosse niente da fare. Pensiamo “oramai è successo”. Sarebbe più utile pensare invece “stando così le cose che non posso cambiare, cosa posso fare io, adesso, per migliorare la situazione attuale?”.
Se ci facciamo prendere dal meccanismo del “dai sfogati, poverino”, ci troviamo entrambi nella condizione di avere poche risorse a disposizione. Questo non aiuta nessuno.
L’angoscia, il compianto e l’auto-commiserazione sono comportamenti nei quali le persone tendono a specializzarsi: quando uno si accorge che, lamentandosi di qualche problema, trova un contatto profondo con le persone perché viene ascoltato e coccolato, impara che c’è una modalità “facile” di ricevere attenzione, ascolto, energia, risorse e compagnia da parte del prossimo. Quindi, chi ascolta queste lamentele, fa da complice a questa persona e contribuisce alla sua pigrizia nel costruire relazioni affettive sane.
Quando una persona si vuole lamentare, senza essere disposta a trasformare la sua lamentela nella ricerca di una soluzione sai, infondo, che stare ad ascoltarla sarebbe tempo investito male per entrambi. Nel momento in cui non acconsenti, fai un favore a te stesso e stai facendo un favore anche a lei, spingendola ad orientarsi verso un atteggiamento più utile e costruttivo.

coaching
R. : “Qualche volta qualcuno mi ha dato della “stronza” per come mi sono comportata, però a lungo andare queste persone le ho ritrovate. Non sono più l’ “ambulanza della domenica”. E non mi telefonano più per lamentarsi ma per fare qualcosa di costruttivo, divertente, perché dall’altra parte trovano un muro. Se per un ‘no’ hai un amico che ti giudica male, forse quell’amicizia è piuttosto superficiale. Coloro che reputo miei amici non cambiano il loro giudizio su di me sulla base di un no”.

Se pensiamo, inoltre, che rifiutare una proposta voglia dire essere pigri, con l’intenzione di fare un favore a qualcuno ci faremo caricare come un muletto. Forse ci si allargheranno le spalle, ma in molte occasioni saremo la stampella che consente all’altro di non rendersi autonomo.

D.: “A volte ho avuto difficoltà a decidere cosa rispondere quando si è trattato di richieste dei miei genitori. Ad esempio mi chiedevano di aiutarli a sbrigare burocrazie complesse, tipo le registrazioni di contratti, per cui c’è molto da sbattersi. Gli ho spiegato che non è che non lo faccia volentieri, se ho tempo lo faccio. Ho detto :-Mi piacerebbe allo stesso tempo che anche voi imparaste a farlo perché se io non ci sono, per qualsiasi motivo, non devo essere l’unica a sapere come si fa, dove bisogna andare, solo perché voi non vi volete impegnare adesso-. E dicendo così ho cominciato a portare con me i miei genitori in giro per uffici, quando capitavano queste occasioni e loro mi chiedevano aiuto. Adesso spesso sono fuori città per lavoro, non posso sbrigare le loro pratiche per uffici e si sono trovati, per fortuna,ad essere già in grado di farlo da soli”.

Fare il bene degli altri non sempre vuol dire fare ciò che loro chiedono o desiderano.
Tra i modelli di pensiero che una persona può utilizzare per stabilire se effettivamente fa il bene dell’altro dicendogli di si, nella maggior parte dei casi il buonismo accondiscendente, detto scherzosamente “comportamento dello zerbino”, non porta nella giusta direzione.  Chi acconsente sempre ad ogni richiesta, chi nasconde il proprio dissenso, non si comporta da persona molto gentile, buona e disponibile, piuttosto non rispetta se stesso e, nel lungo tempo, non fa il bene neppure degli altri,  creando dipendenze e ponendo basi errate per le relazioni.

Conoscere meglio cosa vuol dire veramente “amare”, cioè amare senza condizionamenti, ci può aiutare a scegliere di dire di no, quando serve, proprio perché desideriamo il bene dell’altro oltre che il nostro.

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Impara a dire NO – 6° parte

Impara a dire NO

Continua dalla quinta parte

Il libro da cui è tratto questo articolo offre soluzioni concrete a tutte quelle persone, e sono tantissime, che si ritrovano troppo spesso a fare cose che non vogliono fare solo per  l’incapacità di dire di NO. In tutti i campi: coppia, famiglia, lavoro, amicizie… L’autrice, Silvia Minguzzi, grazie ai tantissimi seminari che tiene proprio su questo argomento, analizza a fondo il problema, fa chiarezza e ti offre risposte concrete, efficaci e sperimentate.
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Liberi e buoni

Troviamo conforto grazie a coloro che sono d’accordo con noi e cresciamo grazie a coloro che non lo sono“    Clark

Dire di no è anche permettersi di esercitare la propria libertà di parola, di ascolto di sé e di scelta della possibilità migliore per tutti, per poter essere davvero disponibili nel tempo.
La volontà, liberata dai condizionamenti interiori ed esteriori, è necessaria per fare scelte congruenti con ciò che desideriamo nel cuore.
È importante riflettere sulle motivazioni che ci inducono a determinati comportamenti; ciò giova senz’altro alla costruzione di una personalità capace di auto-determinarsi, senza subire pressioni dall’esterno.
Saper dire no permette sia di assumere le proprie decisioni, invece di lasciarsi guidare dagli eventi, sia di poter dire sì con maggior consapevolezza, piacere e convinzione.

D. : “Se c’è da dire di no, lo dico, sempre  con molta gentilezza, non mi piace rispondere male. Infondo anche persone come i venditori insistenti e i mendicanti interpretano un ruolo.
Non esiste una regola, dipende dalla persona che ho davanti. Se mi sembra che una persona abbia davvero bisogno, decido di farle l’elemosina. Se dico di no è perché in quel momento sento che sia la cosa migliore, non ho nessun tipo di rimorso”

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P. : “Mi è capitato di incontrare persone che vogliono vendere qualcosa di cui non ho bisogno e che sono particolarmente insistenti, al telefono. Spiego la motivazione per cui dico di no. Loro hanno un atteggiamento molto generalizzante, ti dicono che devi comprare il loro prodotto/servizio perchè  lo comprano tutti, è utile a tutti, è vantaggioso per tutti …
Io gli dico che non sono tutti, che quel prodotto/servizio non mi interessa, do’ le mie motivazioni per cui dico di no. Immagino che dall’altra parte ci sia una persona che certe domande te le deve fare per lavoro. Io in quel momento sono una cliente qualunque e la persona al telefono sta facendo il suo lavoro come meglio può”.

G. : “Io non li faccio parlare per molto tempo. Appena si presentano, quando capisco che sono quel tipo di chiamate nelle quali ti devono vendere qualcosa, dico semplicemente di no, in modo educato ma deciso.
-Salve potrei rubarle cinque minuti?-  No.
A meno che non abbia voglia di ascoltare tutta la serie di domande. So che dall’altra parte c’e’ una persona che e’ pagata per farti queste domande , ma io non sono pagata per doverle ascoltare”.

F. : “Io avevo difficoltà quando qualcuno mi voleva proporre qualcosa che ha una parvenza di solidarietà nei confronti, ad esempio, di un disagio.
Sono stato educato ad essere sensibile verso i problemi del mio prossimo. Mi sono reso conto che questi schemi di pensiero mi rendevano incapace di fare una valutazione obiettiva rispetto a ciò che mi veniva chiesto.
Se un venditore mi voleva vendere una penna di plastica e mi faceva una domanda  tipo -hai qualcosa contro gli ex tossici?-  faceva leva sul mio bisogno di sentirmi una brava persona.
La prima volta ho comprato la penna e l’ho pagata venti euro.
Mi rendevo conto che quello che dicevano era un ricatto morale, ma alla fine la compravo.
Adesso ho cambiato atteggiamento.
Ho sempre avuto il problema di avere l’apparenza del  ragazzo dolce e buono o forse un po’ “coglione”. In certe situazioni ho cominciato a cambiare espressione. Per esempio con il tossico della stazione, che dice di non avere i soldi per il biglietto del treno, quasi non parlo. Con lo sguardo dico -lo so che tu pensi che sia un babbeo ma in realtà sono di ferro, quindi stammi lontano- loro avvertono questa cosa. Interpreto un personaggio.
Penso intensamente: -guarda, non ce n’è proprio-. lo penso, non lo dico.  Lo faccio nei confronti di persone che considero “senza speranza”, non lo farei mai con un amico.
Dire di no con questo tipo di persone e rimanere neutrali è più che sufficiente, non ho bisogno di rimanere in ottimi rapporti con loro. Non li offendo e non sono sgarbato, faccio solo capire che da me non avranno nulla”.

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Impara a dire NO – 5° parte

Impara a dire NO

Continua dalla quarta parte

Quante volte ti ritrovi a fare cose che non vuoi fare?

Quante volte queste cose ti complicano la vita?

Quante volte questo succede perche non sai rifiutare le richieste di partner, amici, genitori, figli, colleghi, dirigenti…?

Il libro da cui è tratto questo articolo ti offre la soluzione. L’autrice, Silvia Minguzzi fa chiarezza sul problema e ti offre soluzioni efficaci e sperimentate nei tantissimi seminari che tiene proprio su questo argomento.
Questo libro può davvero cambiarti la vita.

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Silvia Minguzzi è da anni un punto di riferimento in Italia e nel mondo nel campo della formazione e dello sviluppo personale, è coach, ha co-fondato dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva, èMaster Trainer AIE, docente e molto molto altro.

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L’autostima

Non abbiate mai paura dell’ombra. E’ lì a significare che vicino, da qualche parte, c’è la luce che illumina” Ruth E. Renkel

D. : “io con i venditori sono riuscita ad imparare, con qualche difficoltà, a dire di no. Non ho più questa difficoltà, dico -no grazie-. Probabilmente in passato non avevo una gran stima di me stessa. Se insistevano molto, cedevo.
Una volta a 18 anni sono riusciti a vendermi un’enciclopedia che non volevo.
L’enciclopedia era anche bella ma io non la volevo comprare. Hanno insistito, mi hanno convinto che mi serviva per i miei studi. Mi sono sentita fortemente in imbarazzo e inadeguata, come se le mie motivazioni valessero meno delle loro.
Sentivo che tutto si sarebbe risolto se avessi detto di si. Avrebbero avuto una migliore opinione di me, se avessi comprato. Così ho detto di si. Questo episodio, dopo, mi ha fatto stare molto male”.

Cos’è l’autostima?

Come suggerisce la parola stessa, l’autostima è la stima di noi stessi. La parola “stima”, per meglio comprendere questo concetto, va intesa nel suo senso originario, cioè “valutazione”.
Dunque l’autostima non è altro che una valutazione di noi stessi, che può essere più o meno buona a seconda dei termini di paragone che scegliamo.
Spesso il senso di inadeguatezza che le persone provano è dovuto proprio alla scelta di un termine di paragone sproporzionato rispetto a tempo, luogo e circostanza.
Poniamo ad esempio il caso che una persona desideri imparare a cantare e inizi a prendere delle lezioni.
E’ stimolante che scelga come “modello a cui ispirarsi” un personaggio straordinario come Maria Callas o Pavarotti. Per molti è motivante pensare a qualcuno che ha realizzato risultati eccellenti, per trarre entusiasmo ed ispirazione nell’apprendimento di una nuova abilità.
Ben diverso sarebbe se questa persona, dopo poche lezioni di canto, paragonasse i propri risultati a quelli di Maria Callas o Pavarotti nel pieno della loro carriera. La sua autostima ne uscirebbe schiacciata miseramente. Sarebbe molto più equilibrato paragonare i progressi ottenuti all’inizio dell’apprendimento, con quelli di diverse persone di età e corporatura simile, dopo un numero analogo di lezioni. Qui probabilmente il confronto sarebbe molto più gratificante per la propria autostima e la comparazione risulterebbe adeguata rispetto a tempo, luogo e circostanza.
E’ utile distinguere con attenzione tra i modelli che scegliamo per ispirarci e i termini di confronto che utilizziamo per misurare i nostri risultati, in modo da darci una valutazione o “autostima” equilibrata e da essere per noi stessi dei validi motivatori. Questa distinzione ci aiuterà a sostenerci con entusiasmo e fiducia durante l’apprendimento di nuove abilità, in ogni campo della vita.
L’autostima bassa è utile e stimolante nei casi in cui abbiamo mancato in qualcosa che per noi ha un valore molto alto. In queste situazioni è sano rendersi conto che il risultato che abbiamo ottenuto è al di sotto del nostro standard minimo, per il rispetto dei nostri valori. Con questa consapevolezza il sentimento di dispiacere ci può spingere a tentare nuove strade per riportare i nostri risultati ad uno standard accettabile.
La bassa autostima è invece un freno quando la persona si sente inadeguata, qualsiasi cosa succeda.  Quando ottiene risultati scarsi è convinta che sia perché non vale mentre quando li ottiene buoni attribuisce il merito ad altri, o alla fortuna.

coach coaching

Come si sviluppa una maggiore autostima?

Ciò che aiuta maggiormente nel riguadagnare fiducia nel proprio valore è invertire l’abitudine di comportamento che porta la persona ad evitare le situazioni nelle quali ha maggior timore di non riuscire.
Invece di cercare continue conferme della propria inadeguatezza, è necessario decidere di affrontare le circostanze nelle quali ci si sente inadeguati, iniziando da quelle più semplici e meno cariche di tensione. Questo interrompe un fatale meccanismo per cui più uno evita una situazione, più cresce in lui la paura per quel tipo di esperienza. Anche in questo caso la via più breve è andare incontro a ciò che temiamo e che abbiamo finora evitato, partendo dalle occasioni più “leggere”, fino a prendere sempre più confidenza ed esperienza e riuscendo a gestire, via via, anche quelle più “pesanti”.

Se c’è un forte bisogno di ricevere conferme e approvazione dagli altri per ciò che facciamo, può sembrare ancora più difficile dire di no.
Imparando a farlo, quando ce n’è bisogno, affermiamo anche la nostra autorevolezza, mostrando che non siamo disposti a mancare di rispetto a noi stessi e a farci mancare di rispetto dagli altri.
Un no offerto con le giuste motivazioni, detto con cortese fermezza, suscita stima, non rancore, permette di acquistare fiducia in sé e di rinforzare la nostra identità di individui sinceri, liberi di essere se stessi in armonia con gli altri, di facilitare i rapporti umani sia nella vita privata che in quella professionale. Non è necessariamente vero che le persone soffrano per un rifiuto: questo è soggettivo. Per lo stesso tipo di rifiuto persone diverse hanno reazioni opposte: una si offende, una si dispera, un’altra invece ti è grata per la sincerità.
Quando affermiamo le nostre reali intenzioni e mostriamo con coerenza la nostra vera identità gli altri, nel tempo, in molti casi ci apprezzano di più.

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Impara a dire NO – 4° parte

Impara a dire NO

Continua dalla terza parte

Impara a dire NO“. Questo libro risponde a un’esigenza molto diffusa nella nostra società. Molte le persone che trovano difficile non fare cose che non desiderano e che complicano pesantemente le loro vite perché non sanno rifiutare le richieste di partner, amici, genitori, figli, colleghi, dirigenti…

L’autrice, Silvia Minguzzi analizza e offre chiarezza sul problema e ti fornisce risposte e soluzioni efficaci e sperimentate, attraverso numerosi seminari tenuti proprio su questo argomento.

È veramente un libro che può cambiare la vita del lettore.

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Cosa penserà colui a cui vorrei dire di no?

Mi hai detto di NO, mi ricorderò di questo quando avrai bisogno di me”
•    “Dicendo di NO mi metti in difficoltà/mi crei un disagio/sei un elemento di disturbo/nemica/o”
•    “Adesso che mi hai detto di NO, non ti voglio più bene”
•    “Dato che non fai ciò che ti chiedo non cercarmi più”
•    “Il fatto che tu mi abbia detto di NO mi ferisce e mi fa soffrire, ed è per colpa tua”
•     “Con questa risposta negativa mi deludi, il rapporto tra di noi non potrà più essere lo stesso”
•    “Il fatto che tu mi dica di NO dimostra che non posso fare affidamento su di te/che non sei un vero amico”
•    “Pensi solo a te stesso”
•    “Una volta non eri così egoista, ti preferivo com’eri prima”
•    “Se dici di NO, non avrò più una buona idea di te”
•    “Dicendomi di NO, dimostri di essere poco disponibile o poco sensibile nei confronti dei miei bisogni”
•    “Non ricambi la gentilezza che ho nei tuoi confronti in altre occasioni”
•    “Sei un ingrato”
•    “Sei un bastian contrario”
•    “Sei un egoista”
•    “Sei incapace di buoni sentimenti”
•    “Se dici di NO non sarai più parte di questo gruppo”
•    “Se mi dici di NO vuol dire che non mi ami/che non mi vuoi bene”
•    “Se dici di NO avrò meno stima di te”
•    “Ma chi ti credi di essere?”
•    “Adesso che mi hai detto di NO mi stai meno simpatico”
•    Aggressività/offese a voce alta
•    Aggressività/offese di fronte ad altre persone
•    Parlare male in nostra assenza
•    …

Cosa  penso di me stesso se dico di no?

•    “…Sono una persona poco caritatevole”
•    “…Sono insensibile/cattivo”
•    “…L’altro potrebbe soffrire per il mio rifiuto e io mi sento in colpa come se fossi io stesso a generare della sofferenza nell’altra persona quindi, se non voglio sentirmi in colpa, piuttosto è meglio che dica di si”.
•    “…Se dico di no, l’altro starà male e sento che questo avverrà per colpa mia, per questo se dico di no mi sento male anch’io.
•    “…Sto negando aiuto ad una persona, quindi sono un egoista”
•    “…Faccio una brutta figura”
•    “…Sono pigro”
•    “…Esco dal ruolo di colui che risolve i problemi agli altri e, per questo, potrei perdere la loro stima/il loro affetto. La mia sicurezza nelle relazioni con gli altri deriva in gran parte dal fatto che io sia in grado di risolvere i loro problemi”
•    “..Perdo potere/autorità”
•    “…Vado contro le regole del mio sistema di riferimento”
•    “…Posso perdere dei vantaggi”
•    …

Per chi è convinto di non poter dire di no in certe circostanze, può essere utile scoprire che non l’ha fatto, finora, a causa di una sola persona: se stesso.
E’ importante scegliere consapevolmente l’atteggiamento da adottare e non agire come schiavi delle abitudini di comportamento che abbiamo adottato fino ad oggi. L’obbiettivo è esprimere il proprio punto di vista mantenendo buoni rapporti con sè e con gli altri.
Per le persone che a volte credono che sia meglio dire sì controvoglia per paura di non essere accettati, rispettati o amati, di perdere gli amici, il partner, per timore di una persona, di un giudizio negativo o di attirare disappunto o risentimento, è utile sapere che fare le cose controvoglia non solo è causa di stress, ma abbassa la stima che abbiamo di noi.

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Impara a dire NO – 3° parte

Impara a dire NO

Continua dalla seconda parte

Impara a dire no nasce da una domanda reale e pressante. Sono veramente molte le persone che si trovano a fare cose che non desiderano e che complicano pesantemente la vita, solo perché non sanno opporre un rifiuto netto alle richieste di partner, amici, genitori, figli, colleghi, dirigenti…

Silvia Minguzzi rende consapevoli del problema e offre risposte efficaci e sperimentate grazie a numerosi seminari tenuti proprio su questo argomento.

È veramente un libro che può cambiare la vita del lettore.

Silvia Minguzzi è da anni un punto di riferimento in Italia e nel mondo nel campo della formazione, è coach, ha co-fondato dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva, èMaster Trainer AIE, docente e molto molto altro.

Se vuoi contattarla, approfondire con lei le tue esigenze, incontrarla e iniziare con lei il  percorso di coaching a cui stai pensando, scrivi a info@coaching-orientamento.it oppure, se preferisci parlarne a voce, chiama il 393.93.866.08

La paura

Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio andò ad aprire e non c’era nessuno.” J. W. Goethe

Una delle emozioni che influenza il nostro modo di pensare e di agire è la paura e a volte proprio per questo non riusciamo a dire no. Esplorando le nostre paure possiamo superarle, non evitando più le situazioni che temiamo di non saper affrontare ed organizzandoci invece per imparare a gestirle, gradualmente. E’ importante iniziare da piccoli passi sostenibili. Questi ci consentono di prendere confidenza con le circostanze che finora abbiamo evitato, allenandoci a gestire le emozioni e le azioni conseguenti.

Dietro alla difficoltà nel dire di no si può nascondere il timore di ferire gli altri, di essere rifiutati, abbandonati, di non essere amati, di essere considerati aggressivi, di deludere qualcuno che amiamo, di essere giudicati egoisti o di offendere. Possiamo temere di perdere le persone che amiamo se non rispondiamo di sì, oppure che gli altri smettano di volerci bene se non accettiamo di fare qualcosa, specialmente quando alcune richieste ci colgono alla sprovvista. Questo non è amore ma dipendenza affettiva. Simili pensieri spesso, analizzati razionalmente, appaiono illogici. Sappiamo che non è giusto, eppure la paura è più forte della ragione.
C’è chi è preoccupato di quello che l’altro potrà pensare di lui e dice di si anche quando vorrebbe rifiutare, senza essere consapevole del motivo profondo che l’ha spinto a rispondere così.
Questi meccanismi sono spesso inconsapevoli, nascosti dietro a motivazioni costruite dalla ragione, per giustificare il comportamento attuato.
Per prendere coscienza di queste dinamiche è necessario farsi una sincera e volontaria interrogazione profonda.

coaching italia

A questo proposito si possono utilizzare le domande riportate qui di seguito facendo un semplice esercizio mentale:

Dopo aver dato una prima risposta razionale, puoi ripeterti di nuovo queste domande ed aspettare una successiva risposta più profonda, che arriva lentamente, che proviene dal cuore anzichè dalla ragione e che tu senti come profondamente sincera.

•    Cosa temo che possa succedere se dico di no?
•    Cosa temo che pensi la persona alla quale voglio dire no?
•    Quali mie decisioni sono influenzate dalla paura sulle possibili conseguenze del dire no?
•    Le mie risposte alle richieste altrui sarebbero diverse, se non avessi paura?

Il seguente esercizio può aiutare ulteriormente: leggendo le frasi che riporterò qui di seguito, concentrati sulle sensazioni che provi “di pancia”, senza ragionare sulle frasi, semplicemente ascoltando dentro di te le emozioni che emergono spontaneamente.
Se trovi una risonanza tra alcune di queste frasi e i tuoi pensieri profondi, avendo la sensazione che alcune di esse siano infondo vere o probabili, puoi trovare una grande utilità, anche attraverso la lettura di questo libro, nel riflettere su cosa sia veramente il tuo bene e il bene del prossimo, l’amicizia, l’amore, la generosità, la disponibilità e il rispetto di te e degli altri, al fine di costruire delle relazioni di qualità che durino nel tempo sviluppando in ciascuno le sue migliori qualità.

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Impara a dire NO – 2° parte

Impara a dire NO

Continua dalla prima parte

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Questo articolo è tratto dal libro scritto da Silvia Minguzzi. Silvia è formatrice, coach, co-fondatrice dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva, Master Trainer AIE, docente e molto altro.

Per contattarla, ricevere maggiori informazioni, incontrarla e iniziare con lei il tuo percorso di coaching, scrivi a info@coaching-orientamento.it oppure, se preferisci assistenza telefonica, chiama il 393.93.866.08

Come favorire il cambiamento

“Non mi scoraggio perché ogni tentativo sbagliato scartato è un altro passo avanti.”   Thomas Edison

Avere difficoltà a dire no porta a prendersi carico di problemi e responsabilità che non sono nostre, impedisce di dedicare tempo ed energia a ciò che desideriamo realizzare, a lungo andare crea tensioni e risentimenti che rovinano le relazioni.
Fare le cose contro la propria volontà come ci fa sentire?
Se alle richieste altrui non anteponiamo il rispetto delle nostre esigenze profonde, non siamo sereni e difficilmente possiamo offrire un valido aiuto per gli altri.
“No” è la risposta che possiamo imparare a pronunciare quando serve, detto nel modo giusto, ad un datore di lavoro che ci chiede di accettare l’ennesimo incarico in più rispetto agli accordi stabiliti, ad un genitore troppo protettivo, ad amici che pretendono  da noi un certo comportamento o azione, in ogni caso in cui sentiamo che il “no” sia la risposta più giusta da offrire.
Una persona, abituata a dire sempre di sì, che cambi repentinamente il suo atteggiamento, probabilmente nell’immediato non piacerà a tutti. Qualcuno, abituato alla sua “debolezza”, potrebbe essere contrariato nell’aver perso la possibilità di ottenere ciò che più gli fa comodo al momento.
Per chi è abituato a dire sempre si, può sembrare arduo dover cambiare rotta.
Modificare il proprio comportamento è facile o difficile?
Il cambiamento è un processo che fa parte della vita. Quello interiore richiede a volte di attraversare diversi stadi intermedi di comprensione e allenamento di nuove abilità, durante la trasformazione. Imparare a rispettare se stessi è come allenare un muscolo.

coaching

La mente elabora e modifica le informazioni che raccogliamo dall’esterno. Attraverso questo processo ciascuno di noi costruisce una sua personale “mappa mentale” della realtà, di ciascuna esperienza che vive.
La nostra rappresentazione mentale della realtà non è equivalente alla realtà stessa, proprio come una mappa non è esattamente corrispondente al territorio che rappresenta.
Ciascuno di noi compone la propria “mappa della realtà” secondo un criterio soggettivo, dettato da una scala di valori, convinzioni e bisogni del tutto personale.
Conoscere le tecniche utilizzate da altre persone per ottenere risultati eccellenti, ad esempio, nel dire no, ci può portare ad ampliare la nostra mappa della realtà, aggiungendo conoscenze e possibilità di nuovi comportamenti finora non tenuti in considerazione.

Quali strategie mentali vengono utilizzate  per andare in crisi nel dire di no ?
Quali strategie portano ad uscire dalla crisi e dire no quando serve?
Quali meccanismi mentali fanno da freno e quali funzionano come una leva?
Alcuni possono avere difficoltà a dire no per eccessivo senso di responsabilità, per mancanza di autostima o per una serie di paure. Possono concorrere simultaneamente anche più d’uno di questi fattori.

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