Le persone che fanno la differenza, anche nel settore moda

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Le persone che fanno la differenza, anche nel settore moda

Nella nuova era digitale, l’alleanza va cercata all’interno della propria azienda, tra le proprie risorse, ma lo stesso procedimento va messo in pratica per il cliente ed in generale per tutto il mondo esterno all’Azienda. Innanzitutto oggi più che mai i clienti hanno una possibilità di scelta infinita: non hanno alcuna limitazione temporale, perché possono comprare qualsiasi cosa a qualsiasi ora del giorno. Lo stesso prodotto può essere acquistato nell’alimentari sotto casa o nel grande magazzino, nel discount. Un’organizzazione cinetica, soprattutto in ambiti artistici e creativi, è composta da persone con caratteristiche particolariPersone che si reinventano continuamente sviluppando nuove abilità e affrontando da soli eventi imprevisti; persone che comprendono l’obiettivo strategico dell’impresa in cui lavorano, che vanno a caccia di opportunità particolari offerte dai clienti e dal mercato, che fanno tutto ciò che è necessario per completare un lavoro. Oggi l’assunzione dei dipendenti non può essere basata solo sul loro curriculum. Servono individui con l’intelligenza naturale, grinta ed energia, spirito di iniziativa e capacità di agire efficacemente nel caos. Individui che ragionano come imprenditori, che aspirano ad assumersi responsabilità. In una parola individui con talento e attitudini, caratteristiche che, a differenza degli skill, non possono essere apprese a scuola.

Ad esempio le più grandi aziende informatiche assumono candidati in grado di dimostrare intelligenza e creatività superiori alla media, di formulare domande chiave e di collaborare efficacemente con i colleghi. Uno dei modi in cui valuta tali caratteristiche consiste nel chiedere ai candidati la loro opinione su svariate idee e argomenti. Coloro che non si sbilanciano e non esprimono un’opinione vengono scartati.

Il genio coglie ciò che agli altri sfugge; vede il possibile nell’impossibile; semplifica il complesso, rende noto l’ignoto; afferra l’inafferrabile, ottimizza la conoscenza e le esperienze, ha la capacità di vedere “ciò che sta dietro l’angolo “utilizzando” solo l’intuizione.Il segreto per poter pensare come un genio è il “saper vedere” che per Leonardo da Vinci rappresentava l’unica vera strada per scoprire o creare qualcosa di autentico.

Si può imparare a pensare come un genio attraverso il processo di ‘metaphorming’ cioè con la metaforacherappresenta il modo più profondo di pensare e creare qualcosa. È un processo che avviene in noi automaticamente,senza che ve ne sia consapevolezza. Viene utilizzato per nutrire la creatività, mettere in relazione tra loro cose che apparentemente non lo sono, risolvere problemi, potenziare l’apprendimento, valorizzare la comunicazione e il pensiero critico.

Tutti noi siamo nati con la capacità di creare, esplorare, apprendere, scoprire e inventare, ma solo pochidi noi dominano tale abilità, imparando a depositare le idee, le conoscenze e le esperienze in una riserva di informazioni e risorse in grado di rinnovarsi continuamente.

Occorrono entusiasmo e passione: senza di questi possiamo convincerci di non essere creativi ed innalzarebarriere mentali che ostacolano il naturale processo di metafora.

Aristotele diceva: “quello che dobbiamo imparare, lo apprendiamo facendo”.

La moda, nella generalità del termine, comunica.Questo comunicare si basa su una struttura ben definita, un vero e proprio sistema di segni che, proprio in virtù di questa definizione, può essere riferito ad un vero e proprio linguaggio.Il linguaggio è l’insieme dei fenomeni di comunicazione e di espressioni che si manifestano nel mondo; la lingua risulta essere il modo concreto e storicamente determinato, in cui simanifesta la facoltà del linguaggio, la sua funzione principale è quella di permettere a due appartenenti alla stessa comunità linguistica di comprendersi attraverso uno scambio di informazioni detto, appunto, scambio comunicativo, come un vero e proprio linguaggio = l’insieme dei fenomeni di comunicazione e di espressione che si manifestano nel mondo, in questo caso nel mondo della moda.I vari brand, le varie comunicazioni di moda, che variano dagli advertising, alle sfilate vere e proprie, al semplice abito, invece, sono riconducibili ad una lingua = il modo concreto, e storicamente determinato, in cui si manifesta la facoltà del linguaggio-moda. La moda è un linguaggio che cerca di superare se stesso ogni stagione; è importante, quindi, non solo vedere come e quando queste poche regole vengono rispettate, ma forse è ancora più pregnante trovare i modi con cui ogni stilista le infrange. Infatti ogni modo di infrangere una regola è particolare, se non unico, questo crea una nuova regola, che non è più del linguaggio moda, ma della lingua dello stilista.

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I buoni comunicatori e il Public Speaking

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I buoni comunicatori e il Public Speaking

Un buon comunicatore ha a cuore il suo ascoltatore, cerca di conoscerlo e di entrare in empatia con lui. Veicolare il messaggio è il suo obiettivo e mettere in atto tutte le strategie necessarie a farlo comprendere nel modo più univoco possibile, la sua priorità.

Conoscere a fondo un argomento spesso non è garanzia di una buona qualità di comunicazione. Ci sono persone che nascono con un talento “spontaneo” nel parlare davanti a un pubblico, che riescono a catturare con facilità l’attenzione degli ascoltatori, altre (la maggior parte) che quella capacità devono acquisirla, e non bastano i libri. Ci vuole tanto esercizio: bisogna lavorare sulla fiducia in sé stessi e sul coraggio di esporre le proprie idee.

Chi non riesce a trasmettere i contenuti al suo pubblico e a suscitarele reazioni sperate, spesso commette l’errore di concentrarsi troppo su di sé. Può capitare di sentirsi bloccati prima di un intervento in una riunione, una conferenza o un ringraziamento in pubblico: siamo immobilizzati al punto che non riusciamo a concentrarci sul nostro discorso ma solo sulla reazione del nostro corpo.  Più ci preoccupiamo che questi sintomi divengano visibili agli altri, più questi aumentano.Questo disturbo, coglie tutti impreparati, dagli studenti, ai dirigenti, dagli attori ai professori, creando molti disagi che spesso possono influenzare negativamente lo stile di vita fino a limitarne drasticamente la libertà: modelle si rifiutano di incontrare persone al di fuori della passerella, attori ricorrono a beta bloccanti per ridurre la pressione sanguigna, studenti rimandano gli esami, managers rifiutano promozioni, e così anche politici e persone dello spettacolo affrontano numerose difficoltà.

Spesso è un eccesso di energia, che sfugge al nostro controlloa provocare queste reazioni fisico-psicologiche, e la conseguente paura di essere giudicati male, di non essere all’altezza, di fallire ci porta adevitare di esporci. È necessario canalizzare questa energia, utilizzandola a nostro favore. Può essere utile sfruttare tutte le occasioni che si presentano per confrontarsi, partendo da piccoli contesti concentrandosi sulle nostre reazioni e focalizzarle, per poi essere in grado di deviarle. Pensare che gliinterlocutori non sono nemici e ridurre il discorso a parole chiave aiuterà ad essere più naturali e tranquilli. Anche una corretta respirazione è molto utile per rilassarsi e mantenere la concentrazione. Poiché noi siamo i più severi critici di noi stessi, ricordiamo che sono i pensieri a creare i comportamenti e quindi le emozioni e cerchiamo di visualizzare noi stessi vincenti.

L’energia alta ci permette di tenere alta l’attenzione, di rendere il nostro intervento più intenso, di tenere sempre alta l’asticella della nostra responsabilità, del nostro impegno.

Ascoltare attivamente un discorso è una fatica: è un dispendio di energia che il nostro fisico deve sopportare. Per conquistare i tuoi ascoltatori devi avere la capacità di farli ridere, anche quando parli di cose molto serie. Il tuo successo dipende dalla tua abilità a mixare contenuti, voce e gesti. Solo in questo modo riuscirai a dare vita ai tuoi messaggi.L’attenzione del pubblico si cattura anche col movimento e con la gestualità e con l’aspetto curato. Le persone pulite e curate sono persone che ci piace avere intorno. Per cui, per far sì che gli altri amino averci intorno, è necessario essere, noi per primi, puliti, sobri, curati e misurati.

Un adeguato Training di Public Speaking consente di sperimentare tecniche che permettono di eseguire un’esposizione brillante attraverso la padronanza della comunicazione verbale e non verbale (pause, tono, volume, ritmo) postura, gestione dello spazio, doppie valenze del linguaggio, comandi nascosti, ancoraggi…). Si approfondiscono metodi efficaci per gestire domande, obiezioni e critiche da parte del pubblico.Anche la gestione della propria emotività è un’abilità che può essere appresa e consente di utilizzare le emozioni trasformandole in risorse utili. Riconoscere e governare gli stati d’animo interiori permette di comunicare generando l’interesse degli ascoltatori, di argomentare con coerenza e lucidità, di gestire le critiche per trasformarle in opportunità e di tenere sotto controllo i tempi di esposizione, vivendo un’esperienza piacevole e risultando carismatici.

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Il bravo oratore

Oggi esporsi di fronte ad una platea o semplicemente manifestare il proprio pensiero in maniera assertiva ed efficace di fronte a qualcuno è divenuta un’esigenza indispensabile.Vincere questi blocchi emotivi, queste resistenze interiori non è un lusso, è una necessità.Pensiamo un attimo all’impatto pratico che può avere sulla nostra vita il fatto di essere sicuri di noi nell’esprimere le nostre idee e le nostre convinzioni davanti agli altri.  Pensa a quanto questo fatto possa accrescere la nostra autostima e sicurezza interiore. Può creare un effetto domino in tutta la vita di relazione, quindi in quella parte dell’esistenza che può determinare la felicità.

Chiariamoci la tensione fa bene a chi parla in pubblico perché fornisce benzina emotiva. La prima paura è quella di sbagliare, la paura della brutta figura. E questa paura è collegata alla dipendenza dal giudizio altrui. Ci sentiamo sotto giudizio, osservazione, sotto esame e questa pressione crea tensione. Nessuno si aspetta da noi la perfezione poiché non è di questo mondo. Anzi direi che il pubblico più di tutto si aspetta coerenza, semplicità, umanità. Che uno sia sicuramente preparato, che conosca meglio di chiunque in sala l’argomento, ma che sia anche coerente con i  principi, i valori. Che siamo a nostro agio e fondamentalmente noi stessi.

A questo proposito voglio rilevare un punto essenziale: non c’è bisogno di indossare una maschera in pubblico. La migliore maschera è la tua!

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Il Retail Coaching

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Il Retail coaching

La sfida che il Retail Coaching si propone è di accompagnare le organizzazioni del settore Retail verso un rivoluzionario cambiamento culturale: valorizzare la figura del direttore di negozio e del venditore come fossero i protagonisti di un team sportivo, riconsiderando i loro ruoli e il loro modo di agire e relazionarsi.Strategia, tattica, motivazione, obiettivi comuni, spirito di squadra sono termini che, mutuati dal mondo sportivo, vengono utilizzati spesso in ambito manageriale e commerciale. Il Retail Coaching si propone di portare tali metafore ad una loro effettiva e concreta attuazione. In quest’ottica, il venditore deve evolvere al doppio ruolo di alleato strategico per l’organizzazione e consulente d’immagine per il cliente, mentre il direttore retail e il direttore risorse umane dovranno assumere il difficile compito di selezionare una “squadra vincente”.
Più in generale, un’organizzazione retail efficiente e performante dovrà conoscere il campo di gioco, gli avversari, le regole della competizione, ma soprattutto dovrà avere una piena conoscenza e capacità di valorizzazione del team di vendita, dei suoi punti di forza e delle opportunità. Del resto, sia nel mondo dello sport sia nel mondo del retail, i successi si ottengono soltanto selezionando vertici capaci ed operatori di talento, ma soprattutto creando un “gruppo” in grado di conseguire risultati che vanno al di là della semplice somma delle abilità di ciascuno dei membri del team

 

Il Coaching nel mondo televisivo o cinematografico

Nella formazione di un artista, ma non solo, la carta vincente è l’umile predisposizione all’apprendimento costante, in un’ottica di continua evoluzione del proprio talento. Oggi come oggi è poi fondamentale saper comunicare, cosa che non significa solo essere in grado diesprimersi in maniera fluida e corretta, ma, innanzitutto,conoscere se stessi, capire il proprio talento e riuscire aveicolarlo, valorizzandolo. Ecco perché oltre a dizione,educazione vocale, public speaking e recitazione, a sottolineare l’importanza del linguaggio del corpo e del riconoscimento delle comunicazioni non verbali.

 

In diversi tipi di operazioni legate al mondo della comunicazionee della formazione cresce il bisogno di una serie di attività di “Coaching”,alcune delle quali riguardano specificamente l’area televisiva e offrono un apprendimento e un  arricchimento professionali di alto profilo.

In Televisione come anche nel mondo del Cinema, di qualità si sente parlare ormai quasi tutti i giorni. Il calo degli ascolti delle reti generaliste, la moltiplicazione dell’offerta dovuta al satellite, alla rete IP ed oggi anche allo switch-off digitale, porta infatti a riconsiderare in modo deciso le linee che fino ad oggi hanno dettato le strategie per la realizzazione dei programmi e la compilazione dei palinsesti. Di conseguenza, cresce la richiesta di professionalità e anche di professionisti che possano porsi come nuovi attori nello scenario della Tv digitale, multipiattaforma e multi target. Ecco quindi che acquisire o integrare nuove competenze professionali diventa oggi una strada obbligata per entrare dalla porta principale, o anche solo per restare a galla, inun mondo come quello della Televisione in veloce trasformazione.

Corsi di arricchimento professionale per rispondere in particolare alle esigenze di alcuni professionisti ma che sono utilissimi anche a chi vuole invece intraprendere ex novo questo tipo di lavoro e intende presentarsi con un adeguato bagaglio professionale, non potendo o non volendo cercare altre ‘scorciatoie’ per cogliere l’aspirato successo. Alcuni dei  personaggi che vediamo, anche in prima serata, sul piccolo schermo hanno perfezionato le loro competenze professionali con l’aiuto di coach preparati.

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Fashion e Formazione

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Le sfide del management nell’industria della moda

L’impresa di fare moda

L’industria della Moda, come ogni industria, ha bisogno di capitali,e quindi di imprenditori, e di manager.

L’Italia da sempre è un fabbrica di tendenze ed eccellenze ma i cambiamenti del sistema moda impongono, in ogni anello della filiera costanti analisi e cambiamenti, sia nell’asse creativo della filiera sia in quello produttivo.

Il problema dell’economia produttiva si gioca sul tavolo della delocalizzazione, con tutto ciò che questo comporta in termini di problematiche sociali, politiche, occupazionali, economiche e di qualità e della internazionalizzare il sistema creativo che non vuol dire varcare frontiere geofisiche, come è stato negli anni già vissuti, ma varcare frontiere culturali.

Multiculturalità, e ancor di più contaminazione sono le coordinate del posizionamento della creatività delsistema Moda.E ancora, il sistema deve essere capace di affrontare il dopo stilista”, processo ineluttabile di ogni casa di moda.Un management capace di essere creativo ed economista, deve saper capire e interpretare il mercato e saperlo riscrivere. Non c’è l’industria della moda senza la creatività degli stilisti. Non c’è creatività degli stilisti senza l’industria della moda. Non c’è creatività degli stilisti e non c’è industria della moda senza i manager.

Elementiutili da tenere in considerazione nell’industria della moda sono la capacità di prevedere cosa sarà di moda e i metodi di ricerca dei trend. Altrettanto importanti sono la Ricerca, il comportamento del consumatore, il marketing strategico, la pianificazione strategica, lo sviluppo del prodotto, la pianificazione del fashion merchandising e le suestrategie e la gestione delle vendite.Il Marketing e la Comunicazione nella Moda e Beni Lusso devono studiare e implementare la comunicazione e la promozione, il buying e marketing internazionali tenendo conto delle nuove economie (Cina, Russia, India, Brasile) per poter realizzare progetti di fashion marketing, il portfolio clienti e i processi creativi lowcost.

Per chi vuole intraprendere una carriera all’interno della filiera della moda è necessario creare nuove figure manageriali formate a coordinare la propria creatività con le nozioni di marketing e comunicazione nel mondo della moda e dei beni di lusso.Per chi vuole specializzarsi nel marketing estremo, quello capace di parlare ai non bisogni primari ma alla parte più sensoriale della mente umana, intraprendendo un percorso formativo per diventare protagonisti del mercato della moda e dei beni di lusso è altresì importante in questa prospettiva implementarel’analisi del comportamento del consumatore, i modelli di spesa e reddito, le dinamiche motivazionali e psicologiche,le influenze sociali e culturali sul comportamento d’acquisto con strumenti di verifica e valutazione dei risultati.

A questo scopo è utile saper comunicare con strumenti paralinguistici, alla luce dei nuovi metodi  di apprendimento per lo studio della comunicazione, si valuteranno gli elementi determinanti per la creazione di una comunicazione che rispetti prodotto e target e che sia di impatto e innovativa all’interno delle comunicazioni di moda.

Segue…

La classifica dei fashion jobs piu’ gettonati

Con tanta voglia di lasciarsi alle spalle la crisi, oggi nelle capitali della moda c’è grandefermento. Anche dal punto di vista emotivo, che in questo settore è molto importante, il settore oggi sta per affrontare la situazione in modo decisamente ottimista. Le aziende sono fatte prima di tutto di persone e la presenza di team forti e di persone di qualità fa più che mai la differenzain questo periodo difficile. Da un paio d’anni a questa parte si vedono aziende propositive, con voglia di valutare nuove persone da inserire, per rafforzare i team esistenti. Le aree di interesse del momento sono: lo stile, i canali di distribuzione (ingrosso, dettaglio e commercio on line) e la comunicazione.In una ideale classifica dei fashion jobs per il futuro, oggi ai primi posti  compaiono senza dubbiol’head of design, l’e-commerce director, il retaildirector, l’wholesale director, il pierre. Ma vediamoli nel dettaglio. Il Direttore Artistico: sono stati inseriti negli ultimi anni molti direttori artistici nuovi e spesso giovani, capaci di coniugare stile, creatività e attenzione al marketing. Tra loro e i team di designer,anche junior, c’è concretamente bisogno delle strutture organizzative di figure di coordinamento, senior, capaci di gestire i team e di tradurre concretamente nel lavoro di tutti i giorni le intuizioni del direttore artistico. Queste figure, sono molto importanti perché coordinano i team; inoltre, poiché i direttori artistici sono spesso delle vere star mediatiche, dei cardini nella strategia di pierre e marketing delle maison, l’head of design è davvero una figura importante, e spesso nascosta, nel successo di una collezione. Anche la ricerca di giovani designer capaci, con un background internazionale e con una buona sensibilità anche marketing, è sempre molto forte.Il Direttore del Commercio On line: nell’ultimo periodo si è investito davvero molto nei progetti di e-commerce. Per incentivare i consumatori all’acquisto e proporre una shopping experience che sia sexy anche on-line, si offrono sempre più prodotti in edizione limitata esclusivamente sul web. Internet sta diventando sempre più un canale significativo che produce margini interessanti soprattutto per le collezioni di accessori. E merita quindi un manager senior interamente dedicato, che non è uno specialista di web ma di web retail management. Il Direttore della vendita all’Ingrosso: la richiesta di figure commerciali forti è sempre alta. Si cercano manager con una visione internazionale, un proprio network di relazioni significative, e con la capacità di cogliere opportunità commerciali in mercati anche di nicchia, ma con prospettive interessanti anche nel medio periodo.Il Direttore della vendita al dettaglio:  dopo il rallentamento del 2009, c’è nelle aziende molto fermento nello sviluppo di progetti, spesso realizzati insieme a partner internazionali di mercati nuovi. La strategia retail torna a essere fondamentale per molte aziende moda. C’è quindi richiesta di retail manager forti,capaci di fare la differenza, di cogliere nuove opportunità, i fare sviluppo. A livello di middle management, lo store manager è sempre una figura molto richiesta, in quanto è il vero artefice del successo di un punto vendita.Fashion pierre: è sempre una figura di spicco nella strategia di comunicazione  di marketing delle aziende della moda. C’è un buon fermento nel settore, con passaggi di persone da una maison all’altra e l’uscita di manager che hanno aperto le loro agenzie. C’è buona richiesta di figure di pierre sia a livello di director, che di figure meno senior. Volendo individuare un trend generale, oggi le aziende hanno bisogno di professionisti che, a tutti i livelli, abbiano sia competenze creative che di marketing, una sensibilità per la creatività e il prodotto, ma anche per i numeri. Ancora a tutti i livelli, si cercano persone che sappiano lavorare in squadra e che facciano team. Le aziende hanno le idee molto chiare su questo: la crisi ha fatto piazza pulita delle primedonne, delle risorse magari brillanti ma poco portate  a lavorare in squadra. E’ presto per dire che siamo ad una svolta importante e che ci sarà una ripresa significativa. Quello che è certo, però, è che la chiusura delle fashion week internazionali porta con sé un po’ meno di ansia sul futuro, se non altro a livello di feeling generale.

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Coaching Case History – 3da Parte

Coaching Case History

Michela e il coaching con Silvia Minguzzi

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Dalle discoteche passando da Anthony Robbins fino alla filosofia dei Veda,da circa quindici anni Michela Brunetti, una giovane donna carina e vivace di 38 anni, segue attraverso le fasi della sua evoluzione con affetto e grande stima l’amica Silvia Minguzzi, divenuta poi sua coach.

Fin dal primo istante ti sembra di conoscerla da sempre, perché Silvia ha un amore per tutto il genere umano, è umile, tratta tutti con enorme rispetto e dona il suo sorriso contagioso che emana serenità. Ti fa stare bene solo con la sua presenza, quando poi ti avvali dei suoi servizi (lei stessa dichiara di essere un ‘servitore’), ne esci rinnovata e pronta a prendere in mano la tua vita in modo consapevole, ricca di tutte le strategie e i nuovi atteggiamenti che lei insieme ai suoi validi collaboratori riesce a trasmetterti.

Ma partiamo dall’inizio Michela, raccontami dell’occasione che vi ha fatte incontrare.

Io ero andata a ballare nella discoteca in cui Silvia si occupava di Pubbliche Relazioni e siamo diventate amiche. Siamo rimaste in contatto,anche se a fasi alterne,ed ho potuto assistere alla sua trasformazione. Silvia dimostrava già allora di essere naturalmente molto portata per la comunicazione, e ne era un esempio il suo lavoro, ma in seguito si è formata ulteriormente con gli studi, i libri, i vari corsi che ha frequentato e le conoscenze di tutte le persone cha ha incontrato, tanto da diventare una vera e propria coach esperta. Devi sapere che Silvia non ha pregiudizi su niente e su nessuno, non è mai giudicante ed è pronta ad apprendere aspetti che ritiene validi di tutte le altre discipline aumentando la sua capacità di dare. La cosa bella è che quando parla con te ti fa sentire importante, hai la sensazione di essere in cima ai suoi pensieri e tutte le sue azioni sono volte al benessere di chi le sta accanto.

Che tipo di insegnamento ti ha dato?

Con lei ho assistito a lezioni di PNL ancora prima che fondasse l’Accademia dell’Intelligenza Emotiva con Andrea Magnani, ma in seguito ho frequentato anche i loro corsi. Io utilizzo le nozioni di Programmazione Neurolinguistica nella vita di tutti i giorni in modo inconsapevole. Le competenze che ho acquisito mi sono molto utilianche nel rapporto con i colleghi operatori socio- sanitari. Oggi lavoro in una Casa Protetta per Anziani dove la relazione con l’ospite è fondamentale. In certe situazioni può essere difficile trovare un buon canale comunicativo con le persone anziane che sono al di fuori del loro ambiente, che si trovano a dover affrontare il dolore, la malattia, la mancanza di autosufficienza e che hanno quindi la necessità di dover dipendere dalle cure di un estraneo. In questo ambito, così come in molti altri, se perdi la motivazione non riesci a lavorare. Con l’aiuto delle cose che ho appreso durante le lezioni, riesco ad andare d’accordo con tutti e vado a lavorare col sorriso, cosa che non mi sarebbe stata possibile se non avessi fatto questi corsi.

Cosa ti ha fatto decidere di intraprendere con Silvia un percorso formativo di questo tipo?

Tutti abbiamo dentro delle ferite profonde da guarire e dei problemi da risolvere, si tratta spesso di dargli il giusto peso evitando di attribuirgli un’importanza eccessiva e di smettere di giustificarealcuni nostri atteggiamenti che ci portano ad adottare comportamenti poco vantaggiosi. Se riusciamo a trasformare le nostre cattive abitudini e a sfruttare le esperienze quotidiane al meglio, la qualità della nostra vita ne trae beneficio. Io per esempio sono sempre stata una persona molto timida, a scuola mi vergognavo di fronte ai miei compagni ed ero terrorizzata dalle interrogazioni. Inoltre cercavo di stare lontano dalla gentementre oggi sono una persona diversa, ho imparato ad essere assertiva e a dire le cose che penso con autorevolezza senza essere offensiva. A volte mi trovo a pensare ‘come mi comporterei se fossi Silvia?’, l’ho vista intervenire in situazioni di emergenza con una tale fermezza e lucidità che vorrei riuscire ad avere anch’io. Inoltre ha una grande coerenza tra pensiero e azione, tra valori e comportamenti.

C’è stato un accadimento particolare della tua vita che ti ha fatto decidere che fosse arrivato il momento del cambiamento?

Effettivamente ad un certo punto mi sono resa conto che il mio matrimonio non soddisfaceva certi parametri per me fondamentali e ho pensato di dover agire per mettere la mia persona e i miei principi al centro della mia vita. E’ stato il momento difficile ma inevitabile in cui ho ritenuto di affrontare questo argomento con mio marito, Silvia mi ha aiutata a risolvere le paure e le angosce del momento.  Un altro nodo per me importante era la mia istruzione: dato che avevo interrotto gli studi ho deciso di riprendere in mano la mia professionalità frequentando una scuola serale. L’Operatore Socio Sanitario collabora con altre figure professionali e con la famiglia al fine di soddisfare i bisogni primari della persona, assiste l’utente nello svolgimento delle attività domestiche, effettua interventi igienico-sanitari, agevola la persona e i suoi familiari nell’accesso alle risorse e ai servizi socio-sanitari, promuove interventi di riabilitazione e attività di socializzazione: ho scoperto che questo era proprio il lavoro che faceva per me, all’inizio volevo solo un diploma ma poi ho capito che questa scuola è molto vicina al mio ideale di impegno nel sociale e inoltre mi permette di essere economicamente indipendente.Mi piace prendermi cura delle persone che hanno bisogno, ho uno scopo che mi appaga. Gli anziani inizialmente sono diffidenti e ci si trova a dover gestire una quotidianità piuttosto dura con la consapevolezza di un tempo limitato davanti a sé. Io devo comunque rimanere distaccata senza farmi coinvolgere troppo, ma mi diverto e riesco a trovare il modo essere a mio agio anche quando lavoro con i nonni perché  vedo le cose belle dello stare con loro.

Secondo te qual è una delle prime cose utili che si apprendono quando si fa un percorso di crescita con un coach?

Senza dubbio si impara ad ascoltarsi, a farsi delle domande e si comincia a parlare con il cuore usando un canale diverso. Durante il primo anno dell’Accademia poi si fa ‘pulizia’ dentro di sé, si impara a gestire le emozioni (belle e brutte), impari a capire chi sei e quali sono i tuoi obiettivi. Il bello del coaching e dell’Accademia è che sono ‘strumenti’ flessibili che si adattano totalmente alle necessità, ai tempi e ai modi di essere delle persone. Il coaching e i corsi possono anche cominciare in un modo e in seguito cambiare direzione di pari passo con il cambiamento che avviene in noi. A me capita anche di diffondere queste conoscenze acquisite anche a chi mi sta vicino, diventa naturale contagiare chi vive con noi con il nostro modo di essere. Ho anche provato di persona il coaching con mio figlio quando la nostra famiglia ha dovuto affrontare un periodo di grandi sfide e sono stata molto soddisfatta del risultato.

Michela hai scoperto qual è il tuo sogno da trasformare in progetto?

Effettivamente un progetto ambizioso ce l’ho, voglio superare il mio limite e ho cominciato facendo il mio primo viaggio all’estero completamente sola: vorrei abbattere le barriere linguistiche per potermi muovere liberamente ovunque e avere contatti con persone di diverse culture. Per questo motivo sto prendendo lezioni di inglese e sto raccogliendo informazioni per poter trascorrere un periododi studio e lavoro in Inghilterra. Ne ho già parlato con i miei figli e anche loro trovano l’idea interessante. Sono convinta che quando vuoi una cosa con convinzione e quando questo sogno ti appartiene veramente, il mondo cospira per realizzarlo…come si dice ‘la fortuna si ha quando la formazione incontra l’occasione’. Io ci metto il mio entusiasmo e il mio impegno, per il resto rimango con un atteggiamento aperto e di grande fiducia.

 

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Coaching Case History – 2da Parte

Coaching Case History

Jessica Neri e il coaching con Silvia Minguzzi

Continua dalla prima parte.

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Hai sentito che quando facevi progressi questo poteva avere ripercussioni negative?

A me dispiace far soffrire gli altri, è una mia caratteristica e questo mi portava a non prendere delle decisioni perché non volevo creare problemi agli altri. In realtà se non ti riconosci e non ti rispetti, non riesci a far star bene gli altri. Tutto ciò che non viene da una scelta non riesce bene. Succede che prolunghi il doppio una sofferenza che ha esiti negativi anche sugli altri. Si rischia di rovinare anche quello che c’è di buono. Il mio tallone di Achille è proprio questo. Prima del coaching non ero a conoscenza di alcuni aspetti del mio carattere, ma ora le mie debolezze le conosco e le accetto. Mi prendo la responsabilità dei miei comportamenti con una consapevolezza diversa. Silvia ti fa capire che ogni giorno nella nostra vita c’è qualcosa di meraviglioso però ce lo dobbiamo andare a prendere. Così ricominciamo a sperare e pensiamo “ce la posso fare”. A volte ci lamentiamo, facciamo le vittime perché prendere decisioni è dura e non vogliamo creare sofferenza negli altri. Silvia ti mette di fronte al fatto che devi raccontartela di meno. Ha un modo meraviglioso di dirti le cose, c’è comprensione, con uno sguardo si fa capire e impari che col modo giusto puoi dire qualsiasi cosa. Quando si hanno le intenzioni giuste si può dire tutto. Silvia riesce a districare i grovigli che abbiamo nella nostra mente.

Raccontaci qualche particolare dell’esperienza di crescita che hai fatto

Nel gruppo di persone con cui ho frequentato il Primo Anno dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva c’era un’alchimia meravigliosa e una bella atmosfera, si parlava di comunicazione e di emozioni. Certo si trattava di infilare il coltello nella piaga, in quell’occasione ho perso totalmente il mio equilibrio ma è stata la cosa più bella che mi sia successa. Noi abbiamo paura dei cambiamenti ma la vera rinascita avviene dopo aver demolito tutto, le nostre convinzioni e i nostri limiti. C’è stato un dissesto interiore, come avere un tornado dentro e da lì è partita la vera trasformazione. Tiziano Terzani dice che durante l’ultima fase della vita, quando siamo vecchi e guardiamo indietro, ci rendiamo conto di come tutti gli eventi siano collegati. Nel momento in cui li vivi non sai a cosa serviranno le tue esperienze ma poi trovi tutte le risposte proprio quando smetti di cercarle. A volte mi capita di ascoltare  le persone che incontro e che parlano dei loro problemi e sento che stanno parlando di me, ci sono persone che mi aiutano senza sapere che lo stanno facendo, mettendosi in gioco. Ho capito che ci si deve mettere in discussione senza mai accontentarsi e che le cose devono farmi contenta, non devo smettere di osare e devo cercare la mia strada, anche con un pizzico di follia devo ambire alla felicità, trovando il meglio per me.

E’ migliorato quindi il tuo rapporto con l’altro nell’ambiente lavorativo e in famiglia…

Io metto molta passione nelle cose che faccio, prima del coaching ero meno indipendente e meno autonoma, adesso posso fare molte cose anche da sola e sia io che mio marito siamo più liberi. Ci possiamo amare moltissimo e rispettarci anche essendo molto diversi. Oggi ho delle certezze: mio marito è come la rete per un funambolo, mi da dà la stabilità necessaria per potermi aprire al mondo, è un punto di riferimento. C’è stata una crescita e una valorizzazione del rapporto con lui anche dopo gli incontri con Silvia. Sul lavoro ho imparato a darmi in un modo più sano ed equilibrato, prima facevo sempre gli straordinari. Adesso ho cambiato il mio modo di fare e ho capito che posso essere autorevole, senza essere autoritaria e che motivando le mie scelte creo una relazione che porta alla crescita di entrambi. E’ bello sentirsi utili e a volte necessari, ma è ancor più bello quando i ragazzi lasciano la comunità sapendo che stanno bene anche senza di noi. La mia missione è mettere dei semi, anche se non vedo i risultati immediati so che il mio contributo è molto importante. Infine faccio una considerazione: puoi mostrare la fonte al cammello ma non puoi convincerlo a bere, ma sono molto contenta perché io nel frattempo imparo moltissimo da loro. Un collega ha fatto di me una bella descrizione che mi lusinga, ha detto che io rappresento per i ragazzi un ponte fra l’adolescenza e l’età adulta perché io ho ancora delle caratteristiche della giovane età in cui loro si riconoscono pur essendo adulta, matura e responsabile.

Quando le persone vedono dall’esterno una forte motivazione e una determinazione verso il cambiamento come quella che hai avuto tu possono mostrarsi diffidenti e credere che sia qualcosa di poco chiaro perché non capiscono di cosa si tratta

Il coaching con Silvia è molto gradevole perché lei ti accoglie e non dà giudizi, ha una totale apertura verso l’altro e il suo sorriso luminoso è come un caldo abbraccio. Silvia possiede una grande luce, io sono credente e vedo in lei una parte di Dio. Posso testimoniare, sulla base della mia esperienza, che l’esaltazione che viene a chi è seguito da lei deriva dalla scoperta che si può stare meglio rispetto a quando si inizia il percorso. Le persone hanno voglia di sentirsi connesse col mondo e di trovare se stesse. Quell’effervescenza e quell’entusiasmo che si prova quando si vive in prima persona questo tipo di esperienza molto forte è giustificata dal fatto che si riesce ad indagare chi si è davvero, magari anche usando l’ironia e la spersonalizzazione o anche immedesimandosi in un supereroe.

Tu sei riuscita a capire chi sei?

Ho sempre pensato di dover trovare un equilibrio perché sono inquieta per natura. Invece ho scoperto che il mio ordine è proprio il caos. Il mio modus vivendi è caratterizzato dalla ricerca e dalla scoperta continua, adesso però trovo anche delle pause sane per ricaricarmi, prima ero una trottola impazzita. Tendevo ad inseguire  spasmodicamente ciò che era nuovo che automaticamente diventava interessante, volevo fare sempre cose diverse ma mi sono resa conto che era un fare per non pensare. Adesso invece ho trovato un senso nuovo a questo mio modo di essere, mi piace imparare cose nuove, ma riesco a farlo nel modo giusto. Ho imparato a non rincorrere continu-amente gli eventi e a non rimandare le cose importanti.

Hai un sogno nel cassetto?

Da qualche tempo ho iniziato a dipingere con gli acrilici. Ho sempre pensato di non saper disegnare, infatti io dipingo, non disegno! Lo faccio usando il pennello direttamente sulla tela, sono soggetti accennati, non definiti. Ho seguito un corso con un pittore affermato a Cesena e devo dire che sono soddisfatta delle mie produzioni. Penso che se ti dai una possibilità il destino ti viene incontro. Sono sempre stata affascinata da chi sapeva dipingere, adesso mentre dipingo entro in una parte di me e provo una sensazione di totale libertà. Mi interessano i corsi di Arte terapia in cui ci si basa su forme artistiche per lavorare su se stessi, mi piacerebbe un giorno poter fare counselling per gli altri.  Un altro progetto è quello di vivere all’estero per un certo periodo.

In che modo puoi affermare che il coaching ha portato i risultati che ti aspettavi?

Gli stimoli mi arrivano in modo forte, ho meno barriere, sono autosufficiente e me la so cavare:  quando io sono felice riesco a trasmettere la mia felicità agli altri. Ho la sensazione di aver trovato il mio posto nel mondo. E’ bello essere come le tartarughe marine: quando nascono e si schiudono le uova hanno l’istinto di andare verso il mare. Anche noi dobbiamo ascoltare il nostro istinto naturale che ci dice qual è il nostro posto nel mondo. A causa delle molte sovrastrutture che abbiamo,  spesso non ascoltiamo la voce interna che ci guida. Il coaching mi ha aiutata ad ascoltare il richiamo che abbiamo dentro. E’ un po’come cercare gli occhiali e trovarseli in testa! La consapevolezza mi aiuta a vivere in modo autentico.

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Coaching Case History

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Jessica Neri e il coaching con Silvia Minguzzi

Raccontami del modo in cui hai conosciuto il coaching…

Ho conosciuto Silvia Minguzzi tramite Lara Fiorentini, una mia ex collega psicologa. Mi ha consigliato di rivolgermi a lei perché attraversavo un periodo di grandi difficoltà personali, un giorno ci è capitato di parlare delle mie emozioni e Lara mi ha detto che mi avrebbe fatto bene parlare con qualcuno dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva. Avevo senz’altro bisogno di un punto di vista esterno,  ritengo che si riesca ad aprirsi di più con qualcuno che non si conosce e che non è coinvolto. Durante il primo incontro ho pianto tanto, avevo molta confusione e mi serviva proprio una visione d’insieme più distaccata per poter fare la scelta migliore. E’ complicato prendere decisioni e fare scelte quando non si hanno le idee chiare. Con Silvia, ho avuto l’opportunità di fare diverse sedute individuali per fare ordine su alcuni  concetti fondamentali. La mia sensazione durante gli incontri era che la mia coach fosse lì per me con un vero interesse per quello che dicevo, mi sono sentita accolta. Ho fatto un lavoro profondo su di me per riuscire a trovare la giusta motivazione per andare avanti. Prima di tutto mi ha parlato dell’amore incondizionato: a volte diamo per scontato il concetto di amore, ma non ce n’è uno solo, sono tanti, dobbiamo imparare come viverlo e come dimostrarlo, non è così scontato.

Alcuni ritengono di non avere il tempo di occuparsi dei propri problemi e rimandano all’infinito, tu come sei riuscita ad organizzarti?

Poiché svolgo la professione di educatrice in una comunità per adolescenti e mi capita di lavorare anche nei fine settimana, se volevo frequentare l’Accademia dovevo chiedere la collaborazione dei colleghi e di mio marito per poter organizzare i turni e per far fronte a diversi week-end in cui non sarei stata disponibile. Mio marito ha appoggiato la mia scelta, ha capito quanto fosse importante per me affrontare e risolvere i miei disagi in quel momento e la mia responsabile mi ha sostenuta con l’assegnazione dei turni. Anche se l’Accademia era già iniziata sono riuscita a prender parte a diverse lezioni e a fare un percorso personalizzato. All’inizio non sai dove ti può portare ma è davvero un’esperienza unica che cambia il tuo modo di vedere le cose e ti aiuta a vivere meglio. E’ un processo strutturato in modo tale da richiedere un tempo ragionevole, non è che da un giorno all’altro stai meglio, ma ti dà le chiavi per aprire dei cassetti che non avevi mai aperto e vedi come sei dal di fuori.

C’è uno dei tanti insegnamenti di Silvia che ritieni sia importante e che vuoi condividere?

Silvia mi ha insegnato ad amare le persone non solo per quello che sono anche per quello che loro non hanno e non saranno mai in grado di offrirti, anche sul lavoro il concetto non cambia perché non ci sono aspetti solo negativi o solo positivi.  Ho capito che non si può chiedere a qualcuno di fare delle cose che non può fare, che non ci si può snaturare ma che si deve rispettare l’altro per quello che è. Ad esempio mi ha fatto capire che nel caso in cui non ci fosse la possibilità di risolvere un problema non vale la pena di arrabbiarsi. Noi attribuiamo agli altri la nostra rabbia ma viene da noi, non da loro. Proprio una frase detta in tutta semplicità mi ha aperto gli occhi su certe ovvietà che mi apparivano  difficili da accettare, tanto era forte l’abitudine ad atteggiamenti sbagliati quanto nocivi: obbligheresti un gatto ad andare in bicicletta? Silvia mi ha resa capace di aiutare me stessa, facendo scelte in totale libertà, sempre nel rispetto degli altri. Mi ha insegnato ad essere una persona autentica, trasmettendomi una sincerità di fondo. Il coaching con Silvia è fatto in modo tale che non ti dà delle risposte preconfezionate ma fa in modo che le risposte le trovi da te. Inoltre vengono fissati dei tempi precisi entro i quali raggiungere i propri obiettivi, ora tengo anche un’agenda, cosa che non avevo mai fatto prima. Gestire il tempo significa anche che la qualità del tempo è diversa. Anche il tempo per il riposo e lo svago vanno pianificati, così come il tempo che si dedica a chi ci sta a cuore…non solo i cosiddetti impegni, quali il lavoro o i doveri quotidiani.

Quali sono i segni tangibili che ti fanno pensare di essere una persona migliore, dopo aver appreso le tecniche e messo in pratica le strategie che hai messo a punto?

Il risultato di questo lavoro con me e su di me, è che provo un amore appassionato per tutto ciò che faccio, capisco il motivo dei miei sentimenti e ne individuo i meccanismi, ho lo stimolo a cercare le risposte o meglio a capire chi sono e il senso di quello che faccio rielaborando certi vissuti che altrimenti mi risulterebbero incomprensibili e sterili. Non dico mai che non riesco a fare una cosa. Tutto è possibile. Non bisogna autolimitarsi, il coaching mi ha liberata dalle restrizioni che mi autoinfliggevo e ha eliminato i miei alibi. Succedeva che per timore del cambiamento o per paura di soffrire tendessi a inventare scuse che impedivano il mio progresso e la mia evoluzione.

Come hai iniziato, qual è stata la frequenza degli incontri?

Ho iniziato con dei colloqui individuali di un’ora e, a seconda di come mi sentivo, avevano cadenza variabile. All’inizio erano più frequenti perché avevo necessità di risolvere delle emergenze, poi via via sempre più distanziati; in genere vedevo Silvia una volta al mese. Quando ho cominciato ad affrontare il lavoro su di me ero molto delusa, io in realtà ero sempre stata una persona solare ma certi eventi mi avevano un po’ incupita. La mia coach mi faceva pensare che gli ostacoli fossero affrontabili e che io fossi capace di reggerne il peso; la sensazione era che la situazione vista da un’angolazione diversa mi dava emozioni diverse,  insomma avevo una visione meno amara dei miei problemi.

Che studi hai fatto e di cosa ti occupi?

Ho studiato Scienze dell’Educazione e sono Educatore Professionale di Comunità, ho lavorato con i disabili (un’esperienza che mi ha dato tanto) e anche in una comunità terapeutica, oggi mi occupo di minori temporaneamente allontanati dalle famiglie di origine che risiedono in una comunità educativa. In tutti i casi avevo la funzione di quella che ricaricava le batterie agli altri, ma i “cavetti” delle altre persone  mi svuotavano completamente, tanto che mi succedeva di non avere più niente da dare, magari ero stata in grado di dare molto ma alla fine la mia energia era totalmente esaurita e mi sentivo come svuotata.  Da quando ho considerato che stavo anche ricevendo la mia quotidianità è migliorata. Silvia mi faceva l’esempio dell’amore per un animale domestico: non ti costa energia, lo fai in modo disinteressato e senza avere aspettative e quindi vivi aspirando al meglio senza volere niente in cambio. Chi ritiene di non poter fare, se la racconta mentre invece quando si riesce ad amare e a dare agli altri la propria vita cambia. A volte per assurdo ci ferma la capacità di riuscire perché anche il successo porta al cambiamento che seppur positivo influenza la vita di chi ci sta accanto.

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Coaching: un caso concreto

Coaching: un caso concreto

Descriviamo l’incontro di un professionista molto impegnato che, con l’ausilio di una coach esperta, vuole migliorare la qualità delle sue giornate riuscendo a riprendere in mano le redini della propria vita, migliorando le relazioni con gli altri, acquisendo una migliore conoscenza del proprio mondo interiore.

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Marcello Sole racconta il suo incontro con Silvia Minguzzi.

Qual è la molla che ti ha spinto a rivolgerti ad un coach?

Circa un anno e mezzo fa avevo una grande confusione in testa e un giorno parlando con un’amica del mio stato d’animo mi ha consigliato di mettermi in contatto con Silvia. In quel periodo ero immerso in pensieri lugubri e l’inizio del coaching è stato strano per me perché Silvia è molto attenta a certi particolari che fanno parte del quotidiano ma che sfuggono ai più e così facendo mi ha fatto alzare la testa, cioè dandomi fastidio e mettendomi in una posizione scomoda, mi ha fatto rendere conto di alcuni miei atteggiamenti e mi ha stretto con le spalle al muro. Mi faceva delle domande che erano delle pugnalate perché mi costringeva a vedere delle cose che nascondevo anche a me stesso. In quel periodo non avevo un obiettivo preciso e ricordo che mi tornavano alla mente le parole di una canzone di Franco Battiato che dicevano…”avrai pure un progetto per la tua vita”…Questa frase mi disturbava, mi metteva a disagio. Silvia mi ha fatto capire, giorno dopo giorno, che si può arrivare dove si vuole, dipende solamente dalla voglia che si ha di raggiungere un obiettivo e dal sacrificio che si è disposti a fare per riuscire a realizzare un progetto.

Con che frequenza la incontravi?

Inizialmente la vedevo una volta la settimana, poi ogni quindici giorni e adesso la vedo saltuariamente, ci faccio delle chiacchierate per vedere di raddrizzare qualche mio comportamento o atteggiamento che ancora non si dovesse rivelare costruttivo per la mia realizzazione. Gli incontri che facciamo in questo ultimo periodo sono caratterizzati dal dialogo e dal confronto per vedere con più chiarezza qual è il compito che devo portare a termine. Io ho bisogno di un po’ più di tempo paragonato agli altri e cerco di rispettare il mio modo di essere. Sono come una mongolfiera che tende a salire in alto…ma butto la zavorra un po’alla volta, sono legato ad alcune cose che rallentano il cambiamento.

coaching italia

Qual è stata una delle tue priorità, una meta da raggiungere?

Diciamo che un aspetto importante è stata l’organizzazione della mia giornata, in pratica avevo problemi con il time management. Sono riuscito ad imparare che è fondamentale prendere degli impegni con se stessi, lavorare per ottenerli ed essere inflessibili. Non si deve cedere alla tentazione di cambiare un ‘ordine del giorno’ perché risulta più comodo in quel momento rischiando di togliere spazio ad altri aspetti che invece sono altrettanto importanti…a volte lo sono persino di più se considerati dal punto di vista del nostro benessere e della qualità della nostra vita. Tenere un’agenda ordinata e rigorosa si è rivelata un’attività fondamentale. Ho considerato anche di partecipare a dei corsi di formazione che si svolgevano nel fine settimana ma era per me prioritario lasciare spazio a mia figlia e a mia moglie, direi che anche questo è  risultato dall’avere un quadro chiaro e preciso della mia scala di valori visto che non mi sono lasciato trasportare dall’entusiasmo del momento ma ho tenuto un punto fermo.

Cosa ti ha fatto capire che eri arrivato ad una svolta?

L’anno 2011 è stato il più bello che io ricordi perché ho raggiunto delle mete decisive e le cose venivano con facilità, senza arrivare ad essere stremato e insoddisfatto. Quando si ottiene un risultato che nasce da una fatica ha un altro sapore. Prima ero sempre oberato di lavoro, ero sempre protagonista della mia attività ma a quel punto sentivo l’esigenza di andare un po’ in ombra. Adesso ho un socio al quale delego parte dei miei impegni e con lui sto costruendo un’attività in cui non sono più io il cardine. Lo studio va avanti da solo e ho guadagnato tempo per me, ho la tranquillità di poter arrivare in ritardo qualche volta, se succede non è un problema. Questo mi ha permesso di dare in mano ad un’altra persona tutto il mio lavoro, anche ciò che mi rendeva unico, sto ricavando un grande sollievo da questo, sono sereno. Ho pienamente raggiunto il mio scopo in questo senso. Finalmente posso andare in moto e sono riuscito a correre a Santa Monica a Misano che è sempre stato un mio sogno. Inoltre mi dedico ad altre attività sportive che prima mi sembravano impossibili. Sono riuscito a prendere parte alla mia prima maratona…un tempo mi  faceva paura tentare di superare una certa soglia perché temevo il fallimento. Con l’aiuto di Silvia ho vissuto questa sfida come un divertimento, il percorso per vincerla è stato piacevole e sono riuscito a fare la mia conquista con grande soddisfazione

In che modo Silvia è stata in grado di farti arrivare a questo punto?

Mi dava degli spunti e poi voleva vedere cosa succedeva, mi faceva fare degli esercizi. Per esempio mi ha fatto disegnare dei palloncini nei quali scrivevo le cose che mi sarebbe piaciuto fare, a seconda del valore più o meno grande che io davo avevano dimensioni diverse. La cosa importante in questo esercizio è vedere i tuoi desideri e le tue aspirazioni nero su bianco e vederli quotidianamente. Per prima cosa volevo del tempo per me ma una volta raggiunto questo primo traguardo si sono collegate le altre cose.  La cosa bella è che il cambiamento nasce da te.

Continua…

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Impara a dire NO – 8° parte

Impara a dire NO

Continua dalla settima parte

Ti ritrovi troppo spesso a fare cose che non vuoi fare solo perché non riesci a di NO?

Nella coppia, in famiglia, sul lavoro, nelle amicizie… L’autrice di questo, Silvia Minguzzi, grazie ai tantissimi seminari che tiene proprio su questo argomento, analizza a fondo il problema, fa chiarezza e ti offre risposte concrete, efficaci e sperimentate.
Leggerlo può davvero cambiarti la vita.

Se vuoi ordinarlo, clicca su Impara a dire NO – acquista online.

Silvia Minguzzi è da anni un punto di riferimento in Italia e nel mondo nel campo della formazione e dello sviluppo personale, è coach, ha co-fondato dell’Accademia dell’Intelligenza Emotiva, èMaster Trainer AIE, docente e molto molto altro.

Se vuoi contattarla, approfondire con lei le tue esigenze, incontrarla e iniziare con lei il percorso di coaching a cui stai pensando, scrivi a info@coaching-orientamento.it oppure, se preferisci parlarne a voce, chiama il 393.93.866.08

A che livello di Amore vuoi vivere le tue relazioni?

“Ritengo che nulla sia difficile per chi ama”   Cicerone

Il Prof. Marco Ferrini, Phd Psicology, uno dei più profondi conoscitori al mondo dei Veda (testi sacri dell’India antica che raccolgono la Suprema Conoscenza. Si ritiene che sia la raccolta di opere sacre più antica che sia pervenuta fino ad oggi) descrive la possibilità di una migliore comprensione e gestione pratica delle relazioni affettive di ogni genere. L’Amore viene distinto dall’Eros e da sentimenti dettati dall’egoistica ricerca di soddisfare i propri bisogni ( Cfr. “Dall’Eros all’Amore”, Marco Ferrini, Ed. Centro Studi Bhaktivedanta).
La comprensione di questa descrizione è utile indipendentemente dalla tradizione religiosa alla quale apparteniamo. Se ci comportiamo come se fosse “verità”, potremo ottenere dei risultati decisamente migliori nel rapporto con gli altri.
Secondo questa visione le persone possono sperimentare quattro livelli di Amore.
Osservando come si sviluppano le dinamiche affettive nelle relazioni che funzionano bene e in quelle che portano sofferenza, nell’amicizia come nella coppia, nel lavoro come nella vita privata, possiamo constatare che, più il livello è superficiale, più la relazione è problematica, poco duratura e fonte di sofferenza. Più si sale di livello e più essa è fonte di gioia, amore, serenità, equilibrio e crescita.

-    Il primo livello è il più superficiale: tutto avviene in base a ciò che è importante per il soggetto che lo sperimenta. L’ego manifesta una serie di esigenze e di bisogni principalmente sul piano fisico, in parte anche sul piano emozionale e minimamente sul piano intellettuale.
Si cerca una relazione in cui l’altro possa soddisfare i bisogni e le esigenze sentiti come urgenti, in modo consapevole o inconsapevole. Si tiene un accurato conteggio di tutto, come con una calcolatrice: quello che ci si aspetta che dovrebbe accadere e quello che invece accade. La persona valuta se riceve o no le azioni, parole, presenza, comportamenti che si aspetta, che ritiene giusto dover ottenere, sia per quantità che per qualità e tempi.
Nel caso in cui il partner non soddisfi i bisogni e le aspettative, ci si arrabbia, ci si lamenta, si soffre finchè la relazione si conclude. Si passerà quindi a cercare qualcun altro che possa darci quello che riteniamo sia giusto ricevere, pensando che solo quando l’altro ci darà ciò che desideriamo avremo trovato la persona “giusta”.
Le aspettative di questo genere innescano un ciclo che si ripete in tutti i primi tre livelli:

o    La persona ha dei bisogni fisici ed emozionali, consapevoli e inconsapevoli e pensa che l’altro, se gli vuole veramente bene, li deve soddisfare.
o    L’aspettativa crea un’idea mentale di come dovrebbero essere le cose secondo la persona.
o    L’idea generata non è reale ma immaginata dunque, non essendo realtà, stiamo parlando per definizione di un’illusione.
o    L’illusione è strettamente collegata con la delusione. Di fatto i modi che le persone hanno di manifestare i loro sentimenti sono infiniti e diversi per ciascuno. La fantasia di Dio, le possibilità offerte dall’Universo sono molto più varie di quello che chiunque possa immaginare.
o    Quindi l’altro farà qualcosa che delude rispetto all’aspettativa:  per difetto, per eccesso, per qualità, per tempi ecc. L’idea di decidere a priori come lui dovrebbe amarci porta inevitabilmente ad una delusione, come se il suo modo di amare fosse “sbagliato”. In realtà è solo diverso rispetto alla nostra aspettativa.
o    Questo crea un dolore che poi genera rabbia, rancore e risentimento.
o    In questa condizione si ha una caduta di intelligenza, cioè un momento nel dolore e nel rancore, in cui non si ha una visione chiara ma confusa.
o    In questa situazione la persona crea delle nuove aspettative. Queste a loro volta fanno nascere un’idea-illusione che genera una delusione e così il ciclo si ripete.  La sensazione è un po’ come quella di essere sulle montagne russe: all’inizio può essere molto emozionante, ma a lungo andare è insostenibile.
P. : “ci sono delle persone che, a volte, non hanno la capacità di recepire. Con quelle persone posso soltanto dire di no sperando che possano comprendere in seguito, perché al momento sono troppo concentrati sulle loro esigenze personali”

-    Il secondo livello di relazione coinvolge maggiormente la sfera sentimentale: ci si preoccupa dell’altro, impegnandosi a dare soddisfazione ai suoi sentimenti, aspettandosi che l’altro faccia poi qualcosa in cambio.
Nel primo livello non ci si preoccupa della soddisfazione emozionale dell’altro, tutta l’attenzione è volta a soddisfare le necessità del proprio ego. Al secondo livello invece ci si interessa di ciò che l’altro desidera, affinchè l’altro possa (e debba) ricambiare. Prima o poi ci saranno da fare un po’ di conti: alla fine della giornata, del mese, dell’anno … “io ho fatto questo e quest’altro.. e tu?”, “Dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te, mi aspettavo almeno questo  e/o quest’altro!”.
Si torna all’aspettativa che crea un’idea illusoria, che non si verifica come, quando e quanto ci aspettiamo, quindi porta a una delusione, dolore, rabbia, risentimento e siamo di nuovo intrappolati nel circolo vizioso delle “montagne russe” descritte in precedenza.

coach

S: “Spesso vorrei dire di no ma non ci riesco. Una mia amica dice che gli altri se ne approfittano. Finisco spesso per risolvere i problemi degli altri, però quando mi serve aiuto non c’è nessuno. Io faccio ciò che loro mi chiedono e loro non sono disposti a fare ciò che chiedo io, questo non è giusto. Inoltre, quando provo a dire di no, se la prendono. Non voglio trovar da dire, deludere le persone o essere meno apprezzata. Per evitare che gli altri siano delusi dal mio comportamento, dico di si, poi regolarmente quando ho bisogno io gli altri mi deludono. Questo mi fa soffrire molto”.

R. : “Con gli amici ho paura di risultare poco sensibile nei confronti delle loro esigenze, dei loro progetti e delle loro idee. In effetti, nella mia cerchia di amici spesso sono io che chiedo a loro, magari sono abbastanza carismatico e quindi alla fine gli amici hanno voglia di aiutarmi. Quando invece sono loro a chiedermi qualcosa mi scatta questo meccanismo che e’ una sorta di senso di colpa. Mi stanno chiedendo una cosa, non ho voglia di farla però faccio la figura di quello che, quando deve affrontare delle sue cose chiede e quando sono gli altri che chiedono non c’è.
A una richiesta di un piacere, un favore, come faccio a dire di no?
A volte semplicemente non ho voglia di fare una cosa, però mi sento in colpa.
Avrei una brutta idea di me stesso se non fossi gentile nei confronti di una persona che e’ stata gentile con me, mi sento in debito.
Mi chiedo cosa mi costa farlo e cosa mi costa non farlo.
Mi chiedo se effettivamente riesco a farlo, non tanto se e’ giusto, se e’ meglio farlo per me e per l’altra persona,  se veramente desidero fare questa cosa o se sia meglio per entrambi che io lo faccia.
Una volta un mio amico mi ha detto di avere difficoltà ad organizzarsi per raggiungere un certo posto. Mi ha chiesto per favore di accompagnarlo. In realtà aveva tutte le risorse necessarie per andarci,  solo che era insicuro e convinto di non avere senso dell’orientamento, temeva di perdersi e che il posto fosse difficile da trovare.
Io ho pensato: -ce la posso fare?- Ho risposto di si.
Se analizzo la situazione mi rendo conto che si sentiva inefficiente senza motivo. Andandolo a prendere gli ho confermato la sua convinzione che da solo non sarebbe stato capace di organizzarsi. Non l’ho aiutato a diventare autonomo. Quindi  apparentemente gli ho fatto un favore, ma intanto ho rinforzato una sua convinzione limitante. Ho fatto una cosa contro voglia e ho investito del tempo per fare un’azione che in ultima analisi non ha aiutato nessuno dei due”.

Secondo un modo di pensare molto diffuso, dire di si alla richiesta di un favore e’ una buona azione. Questo non è sempre vero. A volte non ci domandiamo quali saranno le conseguenze della nostra azione nel lungo tempo. Stiamo rinforzando nell’altro una sua convinzione limitante? Oppure stiamo aiutandolo a crescere? Stiamo facendo una cosa positiva anche per le conseguenze che porterà?

In una sincera e disinteressata amicizia offri aiuto e il fatto stesso di poter essere utile alla persona amica ti ripaga completamente. Non offri aiuto con l’intento di ricevere qualcosa in cambio.
Questo può valere anche nella coppia, come in qualsiasi tipo di relazione.
Se si tratta di un tipo di rapporto affettivo dove c’è amore, amicizia, far piacere all’altro e aspettarsi qualcosa in cambio non porta buoni risultati. Questa, più che una relazione d’amore, è un baratto.
Se vuoi fare uno scambio con una persona puoi fare un contratto,  la relazione affettiva è a parte.
Dare aiuto aspettandosi di ricevere lo stesso in cambio di solito non funziona. Porta conseguenze sgradevoli anche perché abbiamo linguaggi e rappresentazioni mentali molto diversi l’uno dall’altro. Nella maggior parte dei casi l’idea che abbiamo di ciò che riceviamo e l’idea che abbiamo di quello che dovremmo dare in cambio è diversa dall’idea dell’altro di quello che ci sta dando e di ciò che sta ricevendo in cambio. Ciascuno ha il suo modo di voler bene e di vivere la relazione di amicizia, parentela o amore, il suo personale modo di manifestare quello che sente nel legame.
Quando in una relazione uno si comporta seguendo ciò che sente nel cuore per far felice l’altra persona, senza aspettative, prova gioia e soddisfazione. Questo profondo senso di appagamento, pienezza e contributo può ampiamente ripagare dell’azione compiuta.
Nei confronti dell’altra persona non abbiamo già deciso cosa dovrebbe fare o darci per dimostrare che tiene a noi, ma andiamo in esplorazione senza giudicare, con curiosità, per vedere come, nel suo modo, ci sta’ manifestando la sua personale maniera di darci ( o chiederci ) attenzione e amore.

Q. : “A me è capitato di trovarmi in un grosso guaio con un mio ex socio. Per vari motivi personali è dovuto uscire dalla società e mi ha lasciato un sacco di problemi da risolvere. Sul momento mi sono sentito tradito e ho pensato che non fosse giusto lasciargli il diritto di recedere dagli impegni presi, poi ho riflettuto e ho pensato: -Meglio per tutti e due. Voglio forse un socio che non vuole più stare in società con me? No. E’ meglio per lui se fa qualcos’altro ed è meglio per me trovare un altro socio che sia davvero motivato a portare avanti l’azienda-. Così ho fatto. Col mio ex socio siamo rimasti in ottimi rapporti, lui mi è grato per aver capito la sua situazione e siamo ancora buoni amici. Inoltre sono felice di come si sono risolte le cose sul lavoro, dopo un periodo di crisi ho trovato un altro socio molto più presente e adesso gli affari vanno meglio di prima”.

-    Al terzo livello non si ha soltanto un interesse nei confronti dell’altro perchè desideriamo essere felici insieme: abbiamo anche una progettualità con lui nel lungo tempo. Gli obiettivi che abbiamo insieme superano l’importanza della coppia in sé, del gruppo o del singolo. Quando si progetta una famiglia, ad esempio, da un certo punto in poi questa è più importante di ciò che succede a livello individuale. Per la famiglia e per i figli con gioia si tollerano cose e si fanno sacrifici che altrimenti sarebbero percepiti come insostenibili.
Quando si ha uno scopo in comune si è capaci di risolvere svariate situazioni difficili e di riconciliare relazioni tra soggetti che altrimenti sarebbero scarsamente compatibili.
Allo stesso modo si fanno progetti a lungo termine anche nel lavoro. Per portarli avanti il nel modo migliore ci si preoccupa maggiormente per il bene dell’altro e per il proprio.
L’amore per un obiettivo importante, che prevede un piano a lungo termine, aiuta a superare tanti ostacoli. Ci possono essere delle aspettative anche nei confronti delle cose che l’altro dovrebbe o non dovrebbe fare, secondo noi, per raggiungere lo scopo condiviso.
Le eventuali aspettative riportano al meccanismo delle montagne russe analizzato in precedenza, presente anche in questo livello ma in una modalità che consente cicli di alti e bassi con tempi più lunghi.
In questo tipo di relazioni è determinante la condivisione di un ideale, un obbiettivo che vogliamo raggiungere insieme. Riguardo a questo, se c’è qualcosa che un individuo fa o meno che, secondo l’altro, non va bene, si è molto più motivati a parlarne, a non trattenere. C’è una motivazione alta per risolvere gli eventuali problemi. Si pone meno l’attenzione sul piano di cosa l’uno deve fare per l’altro, c’è molta più libertà e le azioni non sono più vincolate dal timore dell’abbandono o del giudizio, perché lo scopo comune che abbiamo è così importante che ci si sente più sicuri della solidità del legame, c’è meno gelosia, meno possessività.

K. :“Mi sto impegnando a smettere di far pressione al mio compagno perché si comporti secondo ciò che io consideravo ‘l’unico modo giusto di amare’. Parliamo di più, sia dei nostri sentimenti che della nostra relazione. Adesso capisco molto meglio il suo modo di amarmi e di impegnarsi nel nostro rapporto, posso accettare serenamente i suoi no e capisco che è giusto che gli lasci questa libertà. Allo stesso modo anch’io mi sento più tranquilla quando decido di dirgli di no e riesco a spiegare le mie motivazioni con più sicurezza”

-    La relazione di quarto livello è la più solida e duratura, è molto rara non è basata su esigenze di carattere materiale. Le persone che amano al quarto livello hanno una propensione a lavorare sulla loro parte profonda, spirituale, trovano un buono stimolo nell’altro per aiutarsi reciprocamente a sviluppare le proprie qualità e la capacità di amare incondizionatamente. Riscoprono un profondo collegamento con gli altri, che fa parte della nostra natura eterna, c’è sempre stato, c’è tra tutte le creature anche se spesso, purtroppo, non viene percepito a causa di una serie di condizionamenti (Crf. “Pensiero, Azione, Destino” e “Yoga e Salute Olistica”, Marco Ferrini, Ed. Centro Studi Bhaktivedanta). Nel momento in cui le persone ritrovano questo collegamento con la vita, con l’Universo, con Dio, si rendono conto che la persona è solo temporaneamente in una “buccia” terrena: il corpo. Questo involucro materiale genera una serie di limiti che non appartengono alla nostra vera natura, che è spirituale. Nella relazione di quarto livello non c’è nè senso del giudizio nè calcolo, l’azione dell’altro è valutata tenendo conto delle sue buone intenzioni. Se la cosa migliore che l’altro riesce a fare in quel momento non porta buoni risultati, ci si rende conto che ha bisogno di aiuto , non di una critica o di un rimprovero. Ci si impegna al massimo delle proprie possibilità. Non ci sono aspettative nei confronti dell’altro, c’è fiducia nel fatto che non potrebbe fare meglio di quello che fa, per le possibilità e le risorse che ha a disposizione in quella circostanza. Da questo punto di vista non serve più usare la calcolatrice e considerare quanto l’altro ha fatto per noi, quanto noi abbiamo fatto per lui. Prevale il desiderio di rendersi reciprocamente felici e di aiutarsi a crescere. Questo è un amore incondizionato che lascia totalmente liberi.
M. chiede:  “Posso considerare che fermarsi a pensare a quanto si calcola possa essere un buon indicatore per misurare la qualità di una relazione?”.

Certamente questo è un indicatore rilevante. Può essere utile per individuare e ridurre i margini di miglioramento. Tuttavia sintonizzarsi in modo costante sul pensiero di ciò che non funziona non è vantaggioso. In questo modo focalizziamo l’attenzione su quanto stiamo sbagliando, cercando il difetto in ciò che facciamo. La nostra mente funziona in modo da trovare ciò che viene richiesto. Quando cerchiamo qualcosa di sbagliato nella relazione, lo troviamo e possiamo provare frustrazione o dolore. Quando invece pensiamo a quanto amiamo, a come lasciamo libera l’altra persona, a quanto riusciamo ad apprezzare quello che fa per noi, a modo suo, in questo modo cerchiamo ciò che funziona e ugualmente lo troviamo. Questo ci incoraggia e ci porta in uno stato emozionale positivo, lasciando aperto il canale di accesso alle nostre risorse interiori e ci aiuta maggiormente a tirar fuori la parte migliore sia in noi stessi che nell’altro.

E: “Ho sperimentato questo cambiamento nella relazione con i miei genitori:  avevo un sacco di aspettative e volevo che loro mi dimostrassero affetto nel modo che a me pareva giusto. Questo mi faceva soffrire poiché il loro modo di dimostrare amore, ai miei occhi, era invisibile: troppo diverso da ciò che mi aspettavo. Passando poi ad una relazione “sana”, mi sono accorta che loro erano i migliori genitori che potessi desiderare: avevano sempre fatto il massimo di quello che era nelle loro possibilità e continuano ancora adesso a farlo. Accettando il loro personale ed unico modo di dimostrarmi amore, adesso mi sento amata da loro e li amo senza porre condizioni, comprendendo che ciò che fanno è il meglio che riescono a fare per loro livello di coscienza e per le loro possibilità”.

F: “Nelle relazioni lavorative si rimane sempre tra il primo e il secondo livello?”

Io ritengo che sia meglio posizionarsi comunque al quarto livello, quantomeno fare del proprio meglio per avvicinarsi più possibile a questa condizione. Relazionarci con gli altri senza aspettative ci aiuta a sviluppare la parte migliore di noi e ci consente una qualità molto migliore di vita. Non necessariamente tutte le persone che ci circondano ci seguiranno in questo, bisogna saper prendere le distanze dalle situazioni dove i nostri interlocutori, non amando al quarto livello, possono essere “pericolosi”. E’ come se ci dovessimo avvicinare ad un animaletto ferito e spaventato che è in una situazione di paura, dolore e disagio tale per cui può fare cose pericolose per noi, come mordere o graffiare. Non è cattivo, è sofferente e impaurito. In questa condizione può farci male perché è condizionato dal dolore e dalla paura. Pur volendogli bene e comprendendo la sua situazione, manteniamo le distanze. Per questo stesso motivo anche nelle amicizie bisogna capire quali sono le compagnie utili da frequentare e quelle che invece è meglio mantenere a una certa distanza, nonostante gli vogliamo bene.
Attraverso l’esperienza, l’attenzione, l’approfondimento di conoscenze, di insegnamenti utili e l’esempio di persone che sono già abili in questo, si può sviluppare la capacità di riconoscere in quali situazioni è meglio amare da più lontano e quali invece ci consentono di avvicinarci serenamente.

“Il miglior amico è colui che tira fuori il meglio di me.”   Henry Ford

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Differenza tra avere un problema e lamentarsi

“Ogni problema contiene in sé il seme della sua soluzione”  Brian Tracy

Rispondere sempre “si” accontenta, ma solo temporaneamente, tutti tranne noi stessi e porta a costruire relazioni affettive scarsamente gratificanti dove, invece di amarsi lasciandosi liberi, si attuano continui ricatti sottintesi.
Si pretendono prove e dimostrazioni d’affetto attraverso richieste che, se esaudite, non sono comunque sufficienti a dare sicurezza. Più assecondiamo questi meccanismi, dove uno fa il bisognoso d’aiuto e l’altro si trasforma in “croce rossa”, più facciamo credere, a colui che chiede sostegno, di non esser effettivamente in grado di sostenersi da solo. Questo crea un “handicappato emozionale” che impara a misurare l’amore che gli altri hanno per lui attraverso le loro risposte ai suoi più o meno velati ricatti.
Una persona, chiusa in questa trappola, non percepisce di essere amata se non attraverso l’aiuto a risolvere i suoi problemi, attraverso l’attenzione ai propri disagi e sofferenze. Raggiunge così un temporaneo e illusorio senso di certezza riguardo al fatto di essere amata e ottenere attenzione.
Dare soddisfazione a simili richieste è un comportamento complice nel mantenere il problema.
Avere un problema significa sapere che la sua situazione attuale non va bene, sapere anche come si  vorrebbe che questa si modificasse, ma non conoscere ancora un modo per passare dalla condizione attuale a quella desiderata. Si può anche soffrire per questo e chiedere aiuto con l’intenzione di trovare una soluzione.
Lamentarsi invece vuol dire esprimere disagio per la situazione in cui ci si trova e desiderare solo parlare del proprio disagio, non voler parlare di soluzioni o cambiamenti, non essere disposti a fare quasi nulla per modificare lo stato attuale delle cose: desiderare di sfogarsi attraverso la lamentela.
Se un amico è disperato e non lo ascoltiamo mentre si lamenta, se non ci offriamo come muro del pianto, porgendo una spalla sulla quale disperarsi con noi fino all’esaurimento delle lacrime di entrambi, lui può pensare che siamo “cattivi” o “egoisti”, essendo di solito inconsapevole di attuare questa dinamica.  E’ probabilmente in confusione perché deluso o risentito per un’aspettativa disattesa.
Se ci facciamo coinvolgere in questo ricatto, se in quel momento ci facciamo prendere dalla sua confusione, diventiamo complici del suo gioco. Siamo così in due in uno stato emozionale negativo, nel quale abbiamo poche risorse a disposizione. Parliamo del problema, con una sensazione, solo nell’immediato, di esserci un po’ alleggeriti.
Lo stato emozionale negativo ci impedisce di concentrarci sulla ricerca di soluzioni.
Quando ci stupiamo di come ha fatto ad accadere qualcosa di così scomodo, triste, ingiusto, ci comportiamo come se non ci fosse niente da fare. Pensiamo “oramai è successo”. Sarebbe più utile pensare invece “stando così le cose che non posso cambiare, cosa posso fare io, adesso, per migliorare la situazione attuale?”.
Se ci facciamo prendere dal meccanismo del “dai sfogati, poverino”, ci troviamo entrambi nella condizione di avere poche risorse a disposizione. Questo non aiuta nessuno.
L’angoscia, il compianto e l’auto-commiserazione sono comportamenti nei quali le persone tendono a specializzarsi: quando uno si accorge che, lamentandosi di qualche problema, trova un contatto profondo con le persone perché viene ascoltato e coccolato, impara che c’è una modalità “facile” di ricevere attenzione, ascolto, energia, risorse e compagnia da parte del prossimo. Quindi, chi ascolta queste lamentele, fa da complice a questa persona e contribuisce alla sua pigrizia nel costruire relazioni affettive sane.
Quando una persona si vuole lamentare, senza essere disposta a trasformare la sua lamentela nella ricerca di una soluzione sai, infondo, che stare ad ascoltarla sarebbe tempo investito male per entrambi. Nel momento in cui non acconsenti, fai un favore a te stesso e stai facendo un favore anche a lei, spingendola ad orientarsi verso un atteggiamento più utile e costruttivo.

coaching
R. : “Qualche volta qualcuno mi ha dato della “stronza” per come mi sono comportata, però a lungo andare queste persone le ho ritrovate. Non sono più l’ “ambulanza della domenica”. E non mi telefonano più per lamentarsi ma per fare qualcosa di costruttivo, divertente, perché dall’altra parte trovano un muro. Se per un ‘no’ hai un amico che ti giudica male, forse quell’amicizia è piuttosto superficiale. Coloro che reputo miei amici non cambiano il loro giudizio su di me sulla base di un no”.

Se pensiamo, inoltre, che rifiutare una proposta voglia dire essere pigri, con l’intenzione di fare un favore a qualcuno ci faremo caricare come un muletto. Forse ci si allargheranno le spalle, ma in molte occasioni saremo la stampella che consente all’altro di non rendersi autonomo.

D.: “A volte ho avuto difficoltà a decidere cosa rispondere quando si è trattato di richieste dei miei genitori. Ad esempio mi chiedevano di aiutarli a sbrigare burocrazie complesse, tipo le registrazioni di contratti, per cui c’è molto da sbattersi. Gli ho spiegato che non è che non lo faccia volentieri, se ho tempo lo faccio. Ho detto :-Mi piacerebbe allo stesso tempo che anche voi imparaste a farlo perché se io non ci sono, per qualsiasi motivo, non devo essere l’unica a sapere come si fa, dove bisogna andare, solo perché voi non vi volete impegnare adesso-. E dicendo così ho cominciato a portare con me i miei genitori in giro per uffici, quando capitavano queste occasioni e loro mi chiedevano aiuto. Adesso spesso sono fuori città per lavoro, non posso sbrigare le loro pratiche per uffici e si sono trovati, per fortuna,ad essere già in grado di farlo da soli”.

Fare il bene degli altri non sempre vuol dire fare ciò che loro chiedono o desiderano.
Tra i modelli di pensiero che una persona può utilizzare per stabilire se effettivamente fa il bene dell’altro dicendogli di si, nella maggior parte dei casi il buonismo accondiscendente, detto scherzosamente “comportamento dello zerbino”, non porta nella giusta direzione.  Chi acconsente sempre ad ogni richiesta, chi nasconde il proprio dissenso, non si comporta da persona molto gentile, buona e disponibile, piuttosto non rispetta se stesso e, nel lungo tempo, non fa il bene neppure degli altri,  creando dipendenze e ponendo basi errate per le relazioni.

Conoscere meglio cosa vuol dire veramente “amare”, cioè amare senza condizionamenti, ci può aiutare a scegliere di dire di no, quando serve, proprio perché desideriamo il bene dell’altro oltre che il nostro.

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